In questa vita

Questa è una storia a puntate. Le parti sono ordinate in modo decrescente, l'ultimo racconto è sempre in alto. A destra ci sono i link ai capitoli, e la possibilità di scaricare gratuitamente il libro!
lunedì, 17 marzo 2008

Atto Finale (Presente)

Che Vincent non fosse un uomo d’azione si poteva capire dalla scelta per la sua fuga, il tetto è l’ultimo posto in cui potresti sperare di sopravvivere, l’alternativa alla pallottola è uno schianto contro il cemento una ventina di piani più in basso.

Con attenzione apro la porta, e un getto d’aria mi investe in pieno, aria pulita e pura, troppo in alto perché lo smog riesca ad inquinarla. Avanzo lentamente osservando la zona e temendo una trappola, ma nessuno sembra essersi nascosto tra i camini e le grate, nessuno sembra poter dare man forte all’uomo che sta scappando da me.

“Eri morto… tu eri morto!” E’ vicino al cornicione, troppo vicino.

“Noto con piacere che non fai più errori di valutazione. Si, sono morto. Sono qui per portare via anche te.”

“Non essere così avventato, io posso renderti potente! C’è stato solo un problema di… comprensione.” A trattare con il diavolo ci si assicura l’inferno.

Mi avvicino, mentre lui indietreggia fino ad arrivare al bordo. C’è qualcosa di piacevole in quello che sta succedendo, una sorta di controllo su tutto, una deviata forma di pace. Non mi preoccupo che qualcuno ci interrompa visto che Candice, anche se ferita, sta proteggendo la porta di accesso al tetto.

“Non puoi uccidermi! Ti immagini l’economia di questa città, le bande, la perdita del controllo, il…”

“Ti sembra forse che mi interessi qualcosa? Nella città degli angeli, Vincent, tu non hai mai posseduto candide ali.”

Con un misto di incredulità e terrore osserva la mia pistola fare fuoco, la nota finale di una stonata canzone. Quando la sua camicia diventa cremisi, e il suo cadavere crolla a terra, realizzo che è tutto finito, e lascio cadere il braccio lungo il fianco.

Dietro di me, si trascina una Candice stanca e affaticata, coi capelli biondi stranamente brillanti in un affresco blu di questa fredda notte.

“E’ morto…?”

“Si.”

Non guarda il corpo, ma  le luci della città sotto di noi, agitate formiche in uno spazio troppo grande per loro. Inspiro l’aria a pieni polmoni, cancellando l’odore di zolfo dalle narici.

“Cosa farai ora?” sussurra Candice.

“Non lo so… me ne andrò da questa città, troppi ricordi.”

“Lei?”

Ally… E’ morta, e io sono ancora vivo.

“Tutto…”

“Potresti aprire un bar… almeno lavorerei decentemente anche io…”

Sorrido, assecondando la sua idea di cambiamento. “Potrei chiamarlo ‘Bar da Michael’…”

“…Michael?”

"E' una lunga storia..."

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giovedì, 13 marzo 2008

Capitolo 3 - Atto X (Presente)

Avrei desiderato non uccidere più nessuno, sedermi ad un tavolo per giocare a carte con un paio di amici, mentre bevo un buon bicchiere di whiskey invecchiato, parlando dell’ultimo album di un qualsiasi cantante. Ancora una volta ho scelto di ballare al fianco della signora Morte in una notte piovosa, questa volta per finire tutto. Comunque sarebbe andata, questa vita era terminata.

“Quanti uomini ci sono ancora?”

“Non lo so… pochi, spero…” Si passa una mano tra i capelli, tenendosi un braccio. E’ stata ferita, ma non sembra una cosa grave.

“Dovremo sempre uccidere qualcuno, Candice?”

Mi guarda in modo strano, e sospira. “Sei stanco di farlo?”

“Si…”

Ricarico le armi e avanzo per il corridoio, cercando di evitare di calpestare i corpi. “Riportiamo a Vincent le pallottole che ci ha regalato”.

Percorrere l’intero ultimo piano è faticoso, gli uomini sembrano non finire mai, premere il grilletto è diventata ormai un’azione automatica, e la sensazione di essere lì da ore comincia a farsi strada nella mia mente svuotata.

Nessuno di loro sopravvivere alla scia di morte che scarichiamo, la loro mira è imprecisa e il sangue non è abbastanza freddo, un cocktail suicida da usare contro nemici il cui uccidere era diventato un mestiere a tempo pieno. Strappo la vita all’ultimo e aiuto Candice a rialzarsi, la ferita comincia ad indebolirla, e non ho con me qualcosa per fermarla. Di sicuro non posso chiamare un’ambulanza, deve resistere finchè tutto non sarà finito.

Mentre la sollevo, noto il suo sguardo dietro di me, sento la sua mano tirare il mio braccio e la sua bocca rilasciare un grido contenente il mio nome. Mi volto giusto il tempo perché un foro si disegnasse nel muro dietro di me, e trascinato giù dal peso della mia compagna perdo l’equilibrio e finisco a terra. Se sono vivo devo ringraziare lei, e la mia 9mm costantemente in mano che pone fine al respiro di quell’uomo.

Dietro di lui, un uomo entra velocemente nella porta che dà sul tetto, con un vestito troppo costoso per chiunque. Candice non si rialza, segno che la ferita è più grave di quanto immaginassi. Sono da solo, ma è giusto che sia così. Fin dall’inizio questa è stata la mia guerra, e ora devo concludere tutto.

Cammino verso la porta, per marchiare a fuoco l’ultimo atto.

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lunedì, 10 marzo 2008

Capitolo 3 - Atto IX (Presente)

Il prete, paradossale sottoposto di Vincent, mi ha indicato dove dovrebbe essere il suo capo, e anche piuttosto velocemente. Che potessero sfruttare una chiesa per lo smercio di materiale illegale è un’idea che non mi è balzata subito alla mente, ma abbastanza ovvia.

Lasciato svenuto a qualche isolato di distanza, mi avvicino al palazzo incriminato. Se sono fortunato, Candice è già li. In caso contrario, solo un miracolo può farmi concludere questa notte nel migliore dei modi.

Getto il resto della sigaretta sull’asfalto e mi avvio dentro l’edificio. Arrivare ai piani alti non è faticoso, mi basta evitare quelle persone che stanno correndo all’impazzata giù per le scale e nei corridoi. Non chiedo cosa succede, non fermo nessuno di loro, perché sono stato baciato dalla dea della fortuna. Candice è qui.

Percorro in fretta quegli spazi ormai deserti e comincio a sentire i rumori degli spari… devo accelerare il passo, devo essere più veloce delle pallottole che potrebbero colpirla. Una vita lasciata a morire, una vendetta che si consuma nel punto più alto di una città che ha macchiato nel sangue le ragioni e le speranze di tutti coloro che hanno desiderato slegarsi dalla sopravvivenza e dalla paura…

Questa notte cadranno in molti.

Vedo dei lampi di luce, un paio degli uomini di Vincent stanno sparando all’altro capo del corridoio. Mi avvicino, coperto dal rumore delle pistole, e sparo due colpi ad entrambi senza lasciar loro il tempo di reagire, sapendo che non sarò certo a corto di pallottole. Ce ne sono in abbondanza…

Afferro le loro armi e controllo dall’altro lato, nessuno in vista. Chiunque avesse sparato, e desideravo fosse davvero Candice, è già proseguito oltre. Non posso farmi attendere, odio arrivare in ritardo.

Passo sopra ai due cadaveri e mi avvicino alle scale che portano all’ultimo piano, dove una macchia di sangue si sta seccando sul pavimento, segnale che qualcuno era stato ferito.

Un urlo di dolore mi riporta l’attenzione all’ultimo piano, e mi muovo. Un incrocio di corridoi fa da palco ad uno spettacolo che non si vede nei vialetti sotto casa, il fumo di scena viene creato dalle armi che fanno fuoco, mentre le luci sono presagi di morte che vagano più veloci di quanto l’occhio riesca a cogliere. Scorgo la chioma bionda a ridosso del muro, e mi unisco al piccolo teatrino, un attore sbucato fuori all’ultimo minuto.

Quando faccio esplodere la testa ad un paio di loro, Candice mi vede ed un sorriso le illumina il volto sporco di sudore. “Chi si rivede…”

Non rispondo, perché non è il tempo per parlare. Immagino che gli altri non siano d’accordo per una pausa caffè, ora…

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lunedì, 03 marzo 2008

Capitolo 3 - Atto VIII (Presente)

Dopo averlo torturato, Andrej ha parlato. Lo fanno tutti.

L’unico problema è stato il tempo, un cappio attorno al collo che più viene tirato e più ti avvicina alla morte, una corda che non riesci a togliere nemmeno con tutta la buona volontà di cui sei capace. Le informazioni che mi ha dato non sono complete, ma stavano arrivando i suoi uomini, e non potevo rimanere a chiacchierare col russo.

La chiesa che ho di fronte non è vuota, nonostante l’orario, e qualche anima persa entra o esce da questo angolo di effimera salvezza. Poso il libro che avevo preso dall’appartamento di Andrej, un racconto giallo di un qualche sconosciuto scrittore dimenticato da tutti, e mi preparo ad entrare nell’edificio, forse posso concedermi una pausa.

Dentro è quasi vuoto, le piccole fiamme delle candela muovono le ombre dei fedeli come creature impazzite dando un senso di irrealtà e ansia a tutto. Come ogni volta che entro in chiesa, mi sento fuori posto, io inadatto a lei o lei inadatta a me, una piccola e insignificante sfumatura.

Mi avvicino al confessionale, passando accanto ad una vecchia il cui sguardo è pieno di malizia e avidità, ed entro nello stanzino che copre il rumore delle mie scarpe, il suono della mia voce, la vista dell’ipocrisia seduta a qualche metro da me.

“Salve, figlio mio… Dimmi tutto.” La voce del prete è calda, suadente.

“Mi dispiace, padre, perché ho peccato.”

“Da quanto non ricevi la confessione?”

“Ogni volta mi manca il tempo…”

“Cosa vuoi che siano 10 minuti della tua vita, di fronte all’eternità della tua anima?”. Touchè.

“Ho peccato, padre. E non penso che lei possa assolvermi…”

“La bontà è il sentimento più grande… Parlami delle tue pene.”

Silenzio. Guardo attraverso la grata, il suo profilo è spigoloso, ma calmo.

“Ho ucciso molte persone. Ho tagliato molti rami.” Sono molto più freddo.

“Mio Dio…” la voce del prete trema, ora.

“Ho ucciso Delgado, ho lasciato in fin di vita Andrej.”

Il suo respiro si fa affannoso. Comincia a tremare. Tengo la voce calma e calcolata.

“E ora sono qui, padre” marco il tono su quest’ultima parola. “..perchè lei mi serve.”

Il prete alza la voce, forse qualcuno al di fuori riesce a sentirlo.

“Come osi? Come osi venire a minacciare un prete nella sua casa!”

Punto la pistola alla grata, sbattendola, e lo guardo negli occhi semi-nascosti dal ferro.

“Non è la vostra casa. E ora, mi segua… cosa vuole che sia una notte della sua vita, di fronte all’eternità dell’inferno?”

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martedì, 20 novembre 2007

Capitolo 1 - Atto IX (Presente)

“Vediamo se riesco a spiegarmi. Tu sai qualcosa che io voglio sapere, e non ho molto tempo”.

Distolgo lo sguardo portandolo sul fazzolettino bianco che uso per pulirmi le mani. Il tessuto è come la coscienza di una persona, è bianco candido fino a quando non lo usi, e si può sempre riportare allo stato originale. Ma quando si macchia di sangue è difficile rendere il chiarore ancora così acceso, così lindo.

Andrej è legato alla sedia, i lividi e i tagli adornano il suo volto in una grottesca maschera di halloween, la bottiglia di whiskey è sul tavolo, un vizio vicino ad una corruzione.

Le mani mi fanno male, la testa mi si stà spaccando e comincio a chiedermi se quello che sto facendo sia giusto o meno. Ma per ora questo non ha importanza.

“Che diavolo vuoi, maledetto figlio di puttana”. Gli insulti pronunciati dal suo accento russo mi divertono, e rendono la scena piuttosto singolare. “Io non so niente, pezzi grossi come questi di certo non vengono a dire a me cosa stanno facendo”.

Sbuffo, continuo a pulirmi le mani in modo calmo, studiato. “Sei a conoscenza di tutto quello che succede, non sono estraneo al giro quindi non insultarmi e vieni al sodo. Non ho tutta la sera”.

Si guarda attorno, cerca forse una via d’uscita mentre il sudore scende, e le corde gli segnano il collo lasciando escoriature rosse.

Non guardarti in giro, bastardo. La tua concentrazione deve essere solo per me.

“Vincent se n’è andato, io voglio sapere dove. Voglio sapere cosa trasportava il suo uomo, e per conto di chi. Voglio…”

“Vai al diavolo, americano!” Sputa queste parole, insieme a metà del sangue che ha in bocca. Cerco di rimanere calmo, freddo, distaccato mentre gli copro la bocca col fazzoletto ormai rosso, e pronuncio le parole con voce molto più melliflua di quanto avessi voluto.

“Hai sbagliato, Andrej. Forse posso fare qualcosa per riportarti alla ragione.”

Gli appoggio la canna della pistola alla gamba, vedo le sue pupille dilatarsi dalla paura e la testa muoversi per fuggire dalle corde, e dalla mia mano, senza successo. Premo con forza, perché il ferro trema come la mia decisione, ombre che danzano dietro a delle fiamme che stanno consumando tutto ciò che trovano lungo il loro cammino.

Non lo guardo negli occhi mentre premo il grilletto, perché non voglio vedere il dolore che lo attraverserà quando il suono dello sparo riempirà la stanza.

 
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domenica, 11 novembre 2007

Capitolo 1 - Atto VII (Presente)

L’edificio sembra vuoto, ma non ci giurerei. Probabilmente sa già che sto arrivando, ma se sono un uomo fortunato mi riterrà inoffensivo. Purtroppo non lo sono mai stato.

Salite le scale l’unica cosa che mi ferma è una porta, da cui non arriva nessun rumore, una sorta di Dantesco ingresso che separa la pazzia della Terra da quella dell’Inferno. Ora comincia la parte pericolosa.

La spalanco ed entro con passo convinto, guardando davanti a me la figura seduta alla scrivania che mi fissa con fare spavaldo e che picchietta fastidiosamente le dita sul legno, mi fermo ad un paio di metri da lui e prendo l’iniziativa.

“Andrej. Ho bisogno di un aiuto veloce”.

Finge di riconoscermi solo in quel momento. “Oh, ma guarda chi c’è!” Il modo in cui pronuncia il mio nome mi irrita, con quel suo fastidioso accento russo e l’aria d’inferiorità che insinua in ogni lettera scivolata dalla sua bocca. Ho la tentazione di andarmene, girarmi e correre. Ma ho deciso di non voltare più le spalle a niente, e non voglio venire meno a questa promessa.

“Ti credevo morto. Tutti ti credevano morto. E ora ecco che sbuchi fuori dalla tomba, assetato di… cosa?” Occhi troppo furbi, per quella faccia da scemo, mi fissano.

“Ho bisogno di informazioni, Andrej…e un po’ di armi. So che puoi avere tutto questo, e…”

Ha spostato lo sguardo dietro di me, solo per una frazione di secondo.

C’è qualcuno. Lo sento respirare, sento lo spostamento d’aria, e sento la voglia di uccidere che aleggia in quella stanza. Devo muovermi, in fretta!

Mi getto per terra, girando su me stesso, ed estraggo la 9mm. Non ho il tempo di vedere chi c’è, solo una figura nebbiosa vicino alla porta… no, sono due.

Sparo senza pensarci. Sparo perché è l’unico modo che ho per andare avanti, per non morire in questo schifo di posto.

Crollo a terra senza capire come si sia concluso lo scontro, se sono stato ferito o se li ho colpiti io, ma l’urlo nevrotico di Andrej mi dà sollievo. I due cadaveri stesi sul pavimento confermano che tutto è andato per il verso giusto, non sono ancora morto.

Controllo se ho qualche ferita, ma un segno di bruciatura rivela che uno di loro ha soltanto colpito il mio cappotto, e un foro di proiettile su un vestito è il giusto prezzo per avere due pistole in più… ora ho le armi che mi servono.

“Sembra che i tuoi uomini non avessero molta mira, Andrej…”

Cerca di mantenere il viso tranquillo, mentre stringe un patto con la morte. “Erano solo venuti ad accertarsi che io stessi bene, a chiederci se volevamo del tè. Ora dovrò assumerne altri…”

Chiudo la porta da cui sono entrati, e prendo uno dei loro ferri. Poi, con passo calmo, mi avvicino a quell’uomo così importante, ma così indifeso. Sono un pesce che nuota controcorrente, e che ha appena trovato riparo all’ombra di uno squalo in trappola. Vedo la sua paura, il suo sudore, l’attesa dei rinforzi e l’odio per un essere che aveva ritenuto un semplice sassolino nella scarpa, e tutto questo mi diverte.

Ha ragione lui, dovrei essere morto. Ma sono tornato, ed è il fatto di non avere più niente da perdere che rende l’uomo un diavolo.

“E’ ora di darmi quello che cerco, Andrej…”

 
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lunedì, 29 ottobre 2007

Capitolo 1 - Atto III (presente)

La vittoria è la più grande bastarda che esista. Ti lascia avvicinare, ti fa sentire il suo odore, ti seduce… finchè non si stufa di te, e ti lascia per terra riverso sui tuoi stessi problemi.

Probabilmente questo lo pensava anche Vincent, sempre che fosse ancora in grado di pensare.

Salgo sulla macchina e mi avvio lungo la 4°, a fari spenti per non attirare l’attenzione, l’ultima cosa che voglio è che mi fermi una pattuglia della polizia… Lei era stata li, aveva ucciso il trasportatore di Vincent e aveva portato via la merce. Cerco di pensare al come, al perché, ma è solo una nube che ho nella testa, e che oscura ogni mio tentativo di riflettere. Il cervello mi scoppia, e nemmeno la bottiglia di whiskey invecchiato che ho nel cruscotto riesce a calmarlo.

Sono solo, ora, ho bisogno di aiuto e non posso fidarmi di nessuno. Decido quindi di andare dall’unica persona che può fare qualcosa per me, nel bene o nel male.

Odio rimanere fermo e attendere l’inevitabile.

 

L’ufficio di Andrej (sempre se si ritiene il caso di chiamarlo “ufficio”) è in un grande edificio mezzo abbandonato in periferia, luogo adatto solo a cani randagi, rinnegati e criminali.

Afferro la Colt 9mm e la nascondo sotto il cappotto, l’acciaio che batte sul mio corpo comincia a calmarmi… mi accendo una sigaretta, aspiro a pieni polmoni e soffio fuori il fumo.

Devo essere pronto a tutto, e il fuoco che si consuma sotto i miei occhi mi ricorda come una vita può diventare drasticamente breve.

Prima che sia ancora finito butto il mozzicone sull’asfalto, e mi avvicino a Andrej con passo sicuro. Non deve esserci incertezza nel mio sguardo, né esitazione nelle mie parole, e mentre calpesto le pozzanghere di quella strada dimenticata, decido che avrei lasciato a quest’uomo solo la scelta fra un aiuto e una pallottola in fronte.

 
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martedì, 23 ottobre 2007

Capitolo 1 - Atto I (Presente)

Come tutte le storie di questo genere, si inizia sempre con un cadavere.

Il suo sguardo spento è fisso sul lampadario, come una falena che ha fissato troppo la sua ultima fiamma.

Il foro nella sua testa mi ricorda che non avrebbe parlato poi molto, ed era un vero peccato. Mi sarebbero servite molte informazioni da un tipo come lui, e avrei cercato di strappargliele in ogni modo, ma la vita riserva sempre un sacco di sorprese, e questa era solo l’ultima di un’apparentemente infinita serie.

Non era andata lontana, sento il suo odore, lo respiro a pieni polmoni.

I ricordi tornano a galla, sempre e comunque. Se si guarda indietro, loro sono presenti, come un profondo baratro a cui è impossibile sfuggire, un mirino sempre puntato alla testa. L’ultima notte, l’ultimo sospiro, l’ultimo bacio focoso e caldo come le fiamme stesse dell’inferno, che ti avvolgono e che non ti lasciano respiro.

Riesco ancora a sentire l’odore di zolfo, il fumo aspro che fuoriesce dalla canna della pistola con cui lei aveva tentato di uccidermi, molto tempo fa. L'uomo che giace ai miei piedi non è stato abbastanza fortunato da sfuggirle.

 

Raccolgo l’arma vicino al cadavere.

Probabilmente aveva cercato di difendersi, o forse la portava sempre con sé. Ma quando c’è una bella donna, che ti soffia sul collo e ti sussurra parole dolci, nemmeno la morte riesce a svegliarti. Sempre che anche la morte non ti soffi sul collo, ovviamente.

Osservo la stanza, la finestra, la porta… Mi avvio verso l’uscita facendo attenzione a non calpestare il sangue, e spengo la luce. Per quanto li spalancasse, quest’uomo non sarebbe più riuscito a togliersi il biondo colore dei capelli dell’assassina dai suoi occhi.

 
 
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Nome: Matteo Marangoni
Lo scrittore... di una storia creata guardando, cambiando e vivendo. Un amalgama di spunti, di frasi e di emozioni.


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