Mi risvegliai dal coma otto mesi dopo, in un letto d’ospedale. Ero un uomo qualunque, uno sconosciuto tra quelle bianche mura, e svuotato com’ero finsi di non ricordare niente di me, di non sapere la mia provenienza e il mio nome.
Iniziarono a chiamarmi Michael.
Cominciai a riprendermi, a tornare in forze e a riuscire a muovermi, ma continuavo ad avere un mal di testa terribile che mi colpiva in vari momenti della giornata. Non mi importava, dovevo uscire in fretta, avevo delle cose da fare.
Mi informai su quello che era successo… O meglio, su quello che i giornali raccontavano. Al porto c’era stata un’esplosione a opera di qualche trafficante clandestino, e la polizia aveva trovato solo un cadavere, ma per me non fu necessario leggere il nome per sapere la sua identità. Per loro io invece non ero presente, nessun ferito tra le macerie, niente di niente…
I medici dissero che ero stato trovato davanti alle porte di ingresso, nessuno era mai venuto a farmi visita e nessun fiore era rimasto ad appassire vicino al mio letto.
Me ne andai quando un’infermiera mi portò un biglietto, lasciato sul suo tavolo..
Aspettavo ti riprendessi. Se vuoi vedere la conclusione di tutto, vieni da lui.
Candice
Lui. Vincent. Quel figlio di puttana stava avendo sempre più potere, la sua mano cominciava a stendersi troppo al di fuori di questa città. Con la testa che mi scoppiava me ne andai dall’ospedale, e cercai di risalire a lui, o a Candice, seguendo i contatti che conoscevo e i corrotti che potevano avere un qualunque rapporto con lui.
Per alcune persone, la morte era l’unica soluzione.
“Hai fatto un piccolo errore di valutazione, Vincent…Sei fottuto.”
Sei poliziotti armati avevano fatto irruzione e si erano appostati attorno a noi. Avevo appoggiato la pistola lungo il fianco, e lasciato andare il braccio di Ally.
Candice però non mostrava la mia sicurezza… perché?
La stachezza, la tensione e un sacco di altre sensazioni mi avevano nascosto quello che lei aveva visto, i poliziotti non stavano puntando le armi contro di loro. Stavano aspettando.
Vincent prese parola. “Mi chiedo come tu sia riuscito a finire sempre i lavori che iniziavi… Non mi sembri così sveglio. Guardati un po’ intorno, e cerca di cogliere la piccola sfumatura di ironia che c’è nell’aria.”
Un passo avanti, alzò la pistola.
“La polizia è mia. Tutto quello che vedi, è mio. Anche la tua vita lo è.”
Ovvio che sapeva del nostro arrivo, l’aveva informato il corrotto braccio della legge, ci eravamo scavati una fossa con le nostre mani sottovalutando lo smisurato potere che aveva su tutta
“Strana la vita, vero?” il suo sorriso beffardo fu l’ultima grigia cosa che vidi, perché quando la sua pistola fece fuoco la mia vista esplose in una miriade di sfumature di rosso e di caldi colori, quando Ally venne colpita al collo, comparendo dal nulla e prendendo lei la pallottola che mi avrebbe ucciso.
Quando crollò contro di me, nell’odore del sangue e del profumo che la distingueva, le lacrime rosse che vedevo si persero nel suo viso, portando via l’ultimo fiato di vita.
Il corpo cadde a terra, con un tonfo sordo.
Divenne tutto scuro, molto più scuro… Mi ritrovai in ginocchio, tenendo la mano di Ally. Giungeva solo la voce di Vincent, che esortava Candice ad uccidermi, con la promessa di riprenderla al suo servizio. Strani giochi…
Alzando gli occhi ebbi la conferma di come lei non si arrendesse mai. Di come fosse sempre stata la più forte. Mi guardò, puntando l’arma sopra la mia testa, verso le munizioni dietro di me. Sarebbe stata l’unica sua occasione per fuggire,e per portare la vendetta per noi anime perse in una città troppo grande.
Annuendo con la testa, mi arrivò flebile la sua voce, “fanculo Vincent”.
Tutto esplose, strappando la mia coscienza dal corpo abbandonato.
E, per la prima volta, morii, portando con me il calore della mano di Ally e il biondo dei capelli di Candice in un cremisi affresco di una notte dimenticata.
Nonostante gli occhi pieni di paura, Ally ammise di sapere dove si trovasse il più grande malavitoso della città. Mi chiese di non andare, di scappare in un’altra città, ma non presi in considerazione la proposta.
Mi avviai verso il magazzino di stoccaggio del porto, trascinando con me anche lei, Candice venne invece di sua spontanea volontà. Quella donna era un mistero, non capivo se lo facesse per me, per se stessa, o per un motivo di cui ero ignaro, un grazioso e terribile vaso di Pandora… in ogni caso, la sua presenza mi faceva sentire più sicuro e controllato, sapeva come funzionava il gioco e come condurre le danze.
Avevo con me l’angelo dai capelli scuri che mi aveva tradito, e il biondo diavolo che mi stava salvando, ironici ossimori per la conclusione di una storia di morte e sangue raccontata solo dal vento.
No, non volevo rimanesse dimenticata e sconosciuta. Avevo deciso di dare una svolta a tutto… chiamai così la polizia, per farla arrivare in quel luogo, perché per alcuni la prigionia e la perdita dell’impero possono essere peggiori della morte. Le persone, tremanti nei loro piccoli nascondigli, dovevano sapere che il terribile signore della morte di questa città non era altro che un uomo, e che come tale anche la sua vita poteva finire, in un modo o nell’altro.
Quando scesi dall’auto, e osservai con occhi spenti quei capannoni desolanti rischiarati dalla luna, Candice mi sbattè sulla porta dell’auto e mi lasciò l’ultimo bacio, focoso e caldo come le fiamme stesse dell’inferno.
“Questi non sono gli occhi di qualcuno che vuole sopravvivere a questa notte…” sussurrò alle mie labbra. “Qualsiasi cosa accada, ricordati che lei ti ha tradito. Tu sei più importante di lei.”
Si staccò, togliendo il suo profumo dall’aria, e con un sospiro compresi quanto le sue parole fossero vere, quanto fossero pericolose.
Impugnai la pistola e portai di peso la donna che amavo ancora, avvicinandomi all’edificio in cui, speravo, avremmo posto fine a tutto.
Cercò di muovere la testa per spostarsi i capelli dal volto, ma legata in quel modo non ottenne molto successo. Si limitò quindi a piangere silenziosamente, lo sguardo basso.
“Vincent mi controllava… sapeva che non mi avresti uccisa, sapeva che l’amore ti avrebbe reso… lui disse ‘stupido’… io sapevo che l’amore ti avrebbe reso ‘umano’…”
La guardavo senza dire niente, preferivo aspettare la fine. Candice, però, cominciava ad essere irritata, sbuffava e batteva i piedi.
Ally se ne accorse, perché tagliò corto. “Io ti amavo… ti amavo davvero tanto…”
“Non pronunciare il mio nome…”
“…è colpa tua... hai deciso di abbandonarmi, hai deciso che io sarei stato meglio con mio marito! E quando Vincent ha minacciato di ucciderlo... non volevo rimanere sola…”
Fu Candice a prendere la parola, questa volta, perché io non riuscivo a parlare.
“Lui ha deciso di lasciarti, e tu ti sei vendicata fottendolo in questo modo? Spiegami bene, perché non riesco a capire…”
Il suo disprezzo era palese, come l’ira negli occhi di Ally.
“Ovvio che non puoi capire… avrei perso tutte le persone più importanti... L’uomo che amavo sopra ogni cosa se n’è andato, l’uomo che mi amava sarebbe stato ucciso! Ho dovuto fare una scelta…”.
Scelte.
Tutto aveva sempre girato attorno a delle scelte. Di vita sbagliata, o di amori impossibili, abbandoni e omicidi… quella volta, era stata lei a scegliere. Aveva scelto di non rimanere sola, di non perdere tutte le persone che l’avevano amata. Non potendo giudicare i suoi pensieri, scelsi quindi di giudicare la mia condanna a morte.
“Ally… Portaci da Vincent.”
Sangue. Non sarei mai riuscito a liberarmi di quel colore, di quell’odore, del sapore di ferro e della sensazione di sporco indelebile che mi aveva accompagnato per così tanto tempo.
E ora, vederlo colare dalle labbra della donna che amavo mi dava una strana sensazione.
Ribrezzo? Paura? Potere?
No, era vendetta. Vendetta, che lascia sempre l’amaro in bocca, con la paura di aver percorso la strada sbagliata una volta di troppo.
Candice aveva mantenuto la parola, le aveva fatto male, e ora Ally era davanti a me legata ad una sedia, con la guancia ferita da un pugno secco e un labbro tagliato.
“Perché?” non pensavo ci fosse bisogno di precisare.
“Perdonami… ti prego…” piangeva, silenziosamente. Candice si stava irritando, dovevo farla parlare senza torturarla. Non sarei riuscito a farle del male, o almeno era quello che speravo.
“Se parli, sarà più facile per tutti. Partiamo dalle cose più facili… perché voleva incastrarmi, Vincent?”
Mi guardò, quasi con pena. “Non voleva incastrare te. Non sei mai stato importante per lui… Voleva solo qualcuno a cui scaricare la colpa. A cui far fare il lavoro sporco.”
Non capivo, si intuiva dalla mia espressione. Non ero importante? E allora perchè…
Concluse lei, inaspettatamente, come a leggermi nella testa mi svelò il motivo per cui ero ricercato, senza casa, disperato, un motivo che credevo nato per il mio lavoro, la giusta punizione per chi aveva una vita come la mia.
“Boost era un poliziotto. Infiltrato per incastrare il più grande trafficante della città. Ha dovuto ammazzarlo prima che scoprisse qualcosa, facendo cadere la colpa su qualcuno che non sia lui”.
Ci fu silenzio, poi. Non una mosca, non un alito di vento dalla finestra, non una lacrima.
Solo silenzio, nella mia voce come nella mia testa.
Il mio nome non valeva la carta su cui era scritto, la mia vita non valeva il piombo che le avrebbe posto fine. I miei occhi non valevano l’amore che vedevano.
No, non era amore. Lei. Ally. Perché?
Quella che stavo vivendo era una delle giornate più brutte che mi fossero capitate. Un vago mal di testa cominciava a farsi strada tra le varie preoccupazioni che non mi davano tregua, un modo poco originale con cui il mio corpo mi avvisava che qualcosa non andava.
Sapevo perfettamente cosa non andava, non serviva che qualcuno me lo ricordasse.
Candice aveva recuperato delle armi da un suo “amico”, che suonava tanto come “piccolo trafficante”, e mi aveva proposto il suo piano, che era probabilmente meno folle di quanto pensassi… Un po’ troppo semplice per poter funzionare, forse.
“Rapirai Ally?” la voce tradiva il mio scetticismo.
“Già… cercano te, non una ragazza. Se la tengono sotto controllo, dovrei riuscire a prenderla. E’ solo una patetica femminuccia, no?”
L’aggettivo mi urtava, ma dovetti ammettere a me stesso che aveva regione, e in ogni caso non dovevo avere remore, lei era diventata il nemico. Bizzarra la vita.
“Si… non dovrebbe essere un problema… solo…”
“Cerca di non farle male?” secca e decisa, la bastarda… “Scordatelo. Se posso, le faccio male, dolcezza.”
“…solo cerca di stare attenta…” Mi accesi una sigaretta, inspirando bene il fumo. Pensavo comunque di non avere abbastanza tempo per morire di cancro.
Candice prese un paio di pistole, nascondendole sotto il cappotto, e si scostò una ciocca di capelli dal viso, portandomi una ventata del suo odore, un dolce profumo che si faceva strada tra lo smog e lo sporco.
La guardai uscire, con quell’impermeabile dai colori smorti e quei capelli così biondi da sembrare lucenti… difficile pensare che una ragazza come quella che avevo davanti agli occhi potesse essere armata. Impossibile pensare che fosse così pericolosa.
Avrei lo stesso cercato di coprirla, ma non dovevo preoccuparmi. Lei era stata una delle migliori, e lo sarebbe stata per molto tempo ancora.
Eravamo passati davanti al proprietario del Moonlight Girls, un grasso amante dei racconti a luci rosse e delle serie televisive dalle puntate apparentemente infinite, per uscire nel retro, dove l’aria odorava di marcio.
“Se rimaniamo troppo in questo posto, rischiamo di non levarci più questa merda dal naso…” affermò Candice, una macchia bionda nel grigio.
Mi soffermai a guardare il luogo a cui eravamo arrivati, un ammasso di fango e immondizia, di liquidi strani mischiati ad acqua. Non c’era anima viva, si sentivano solo i rumori provenire dall’interno del bar e dalla strada vicina.
Per questo, quando sentii un rumore lì vicino, mi voltai di scatto, teso, solo per scoprire che un gatto randagio cercava i resti che gli appartenevano.
Era la sua zona, il suo dominio, ma era troppo impaurito per attaccare noi intrusi.
Cacciava in mezzo alla melma, tra i rifiuti e lo sporco. Vicino, si era creata una pozza d’acqua, o almeno speravo lo fosse, che rifletteva le poche nuvole bianche che coprivano il cielo azzurro, un insieme di marciume e bellezza senza tempo.
Rimasi fermo a guardare, fino a quando Candice non mi diede una scrollata.
“Si, hai ragione. Dobbiamo andare…”
Non vidi più il gatto, se n’era andato.
Mi attaccai sempre di più a quella vita, cercando di rimanere sveglio nel sogno lucido che stavo vivendo. La sensazione di aver smarrito la strada, di aver sbagliato tutto, era sempre più grande, e solo la paura di non essere abbastanza forte per cambiare mi teneva legato al mio incubo.
Cominciai a rivedere alcuni degli amici che avevo abbandonato, solo quelli che me lo permettevano, e non davo mai alcuna spiegazione. Dovevano prendermi per quello che mostravo loro, perché quello che ero non l’avrebbero mai accettato.
Rimase solo lui, il mio migliore amico, compagno di innumerevoli bevute al bancone di un bar, figlio della gentilezza e del sorriso. Mi trovavo bene con lui, sembrava desiderasse mostrare che il mondo conteneva ancora qualche sprazzo di luce.
Nel periodo in cui non c’ero si era sposato con una donna, a detta sua, bellissima, e smaniava di farmela conoscere. Decisi fosse una buona idea.
Mi sbagliai, ancora una volta.
A quella festa, tra decine di persone dai sorrisi finti e gli sguardi inebriati dall’alcohol, incontrai la moglie del mio amico.
Ally.
Nonostante fossi abituato a mentire, faticai a mantenere il controllo quella notte, mentre lei mi sembrava solo leggermente stupita, come divertita dal fato e dall’avermi scoperto amico dell’uomo che avrebbe dovuto amare.
La risata beffarda di un essere che scriveva il corso delle vite mi perseguitò per molto tempo, fino a quando non decisi di smettere di vederla. Il mio lavoro stava per finire, e le mie colpe cominciavano a diventare vecchie compagne di giochi che non permettevano altre conoscenze.
Sentii quella risata, nella mia testa, anche il giorno in cui lei mi tradì.
Candice aveva lavorato per Vincent.
In un altro tempo, in un autunno che aveva ancora foglie da perdere, lei si aggirava in una città caotica e indifferente per mietere tutta l’erba cattiva. Non per la società, o per gli indifesi, ma per il suo capo. Nessuna nobile causa.
Era la sua prediletta, io stesso avevo imparato da lei perché era
Non era bastato, forse non ne immaginavo abbastanza. Quando il mare si prese il futuro marito, venne da me a piangere, a sperare e a pregare perché un qualunque Dio gli riportasse l’uomo sano e salvo. Era così debole…
Non poteva riprendere il ruolo da assassina, perché il suo cuore aveva ricominciato a battere da quando aveva conosciuto quel semplice pescatore. Decise quindi di trovare un lavoro che la tenesse lontana da tutto nell’attesa che lui tornasse, che comparisse dalla porta di quel bar per dirle, con le lacrime agli occhi: “Candice… Sono tornato…”.
Dopo anni, aveva perso quella strana ma affascinante luce negli occhi, aveva forse perso la speranza di rivederlo e le sue giornate si susseguivano monotone e prive di un qualunque scopo degno di essere chiamato tale.
A guardarla, in quel momento, seduta sulla sedia ad ascoltare ciò che mi era successo, sembrava aver ripreso una parte della vitalità che la contraddistingueva, la voglia di vivere o di morire, che era sempre meglio di non saper cosa fare della propria vita.
Ha sempre voluto rischiare, Candice… Forse avevo commesso un errore di valutazione, nel chiedere il suo aiuto, ma a quel punto non potevo farmi troppe remore.
Cominciai a frequentare Ally occasionalmente, nei momenti in cui la vita sembrava molto più nera di quanto non dovesse essere. Ero un’auto impazzita che correva in una strada circondata solo da campi abbandonati, senza una vera destinazione, un’auto che aveva bisogno di benzina per poter ripartire e correre.
Avevo trovato un luogo in cui poter riposare…
Non mi aveva mai chiesto cosa facevo per vivere, né dove abitavo o chi frequentavo, sapeva solo il mio nome e questo le bastava. Adoravo quando lo pronunciava, lo sentivo meno distaccato e vuoto di quanto lo ricordassi, molte volte andavo a trovarla solo per sentirlo uscire dalle sue labbra.
Nemmeno io chiesi mai chi fosse lei, avevo paura di farlo. Rischiavo domande a cui non avrei potuto trovare una risposta. Rischiavo risposte che avrebbero potuto fare più male che bene. Svolgendo il lavoro per Vincent avevo imparato che l’ignoranza in casi come questi è un bene, e che le cose mutano sotto agli occhi di chi cerca di scoprire la verità sulle persone che ha attorno.
E così, prima di andare da lei, uccidevo, e con ancora il peso della pistola nelle mani bussavo alla sua porta ed entravo in quel mondo che non mi apparteneva, cercando di prendere il più possibile prima che fosse troppo tardi.
Perché niente di bello era mai durato in una città che faceva della morte e della corruzione il suo cavallo di battaglia.