Mi attaccai sempre di più a quella vita, cercando di rimanere sveglio nel sogno lucido che stavo vivendo. La sensazione di aver smarrito la strada, di aver sbagliato tutto, era sempre più grande, e solo la paura di non essere abbastanza forte per cambiare mi teneva legato al mio incubo.
Cominciai a rivedere alcuni degli amici che avevo abbandonato, solo quelli che me lo permettevano, e non davo mai alcuna spiegazione. Dovevano prendermi per quello che mostravo loro, perché quello che ero non l’avrebbero mai accettato.
Rimase solo lui, il mio migliore amico, compagno di innumerevoli bevute al bancone di un bar, figlio della gentilezza e del sorriso. Mi trovavo bene con lui, sembrava desiderasse mostrare che il mondo conteneva ancora qualche sprazzo di luce.
Nel periodo in cui non c’ero si era sposato con una donna, a detta sua, bellissima, e smaniava di farmela conoscere. Decisi fosse una buona idea.
Mi sbagliai, ancora una volta.
A quella festa, tra decine di persone dai sorrisi finti e gli sguardi inebriati dall’alcohol, incontrai la moglie del mio amico.
Ally.
Nonostante fossi abituato a mentire, faticai a mantenere il controllo quella notte, mentre lei mi sembrava solo leggermente stupita, come divertita dal fato e dall’avermi scoperto amico dell’uomo che avrebbe dovuto amare.
La risata beffarda di un essere che scriveva il corso delle vite mi perseguitò per molto tempo, fino a quando non decisi di smettere di vederla. Il mio lavoro stava per finire, e le mie colpe cominciavano a diventare vecchie compagne di giochi che non permettevano altre conoscenze.
Sentii quella risata, nella mia testa, anche il giorno in cui lei mi tradì.
Cominciai a frequentare Ally occasionalmente, nei momenti in cui la vita sembrava molto più nera di quanto non dovesse essere. Ero un’auto impazzita che correva in una strada circondata solo da campi abbandonati, senza una vera destinazione, un’auto che aveva bisogno di benzina per poter ripartire e correre.
Avevo trovato un luogo in cui poter riposare…
Non mi aveva mai chiesto cosa facevo per vivere, né dove abitavo o chi frequentavo, sapeva solo il mio nome e questo le bastava. Adoravo quando lo pronunciava, lo sentivo meno distaccato e vuoto di quanto lo ricordassi, molte volte andavo a trovarla solo per sentirlo uscire dalle sue labbra.
Nemmeno io chiesi mai chi fosse lei, avevo paura di farlo. Rischiavo domande a cui non avrei potuto trovare una risposta. Rischiavo risposte che avrebbero potuto fare più male che bene. Svolgendo il lavoro per Vincent avevo imparato che l’ignoranza in casi come questi è un bene, e che le cose mutano sotto agli occhi di chi cerca di scoprire la verità sulle persone che ha attorno.
E così, prima di andare da lei, uccidevo, e con ancora il peso della pistola nelle mani bussavo alla sua porta ed entravo in quel mondo che non mi apparteneva, cercando di prendere il più possibile prima che fosse troppo tardi.
Perché niente di bello era mai durato in una città che faceva della morte e della corruzione il suo cavallo di battaglia.
Ero entrato in un vortice di rabbia e morte, un ammasso di sensazioni prive di logica, che mi strappava dalla realtà e mi gettava in una buia caverna nel più profondo degli inferi.
I giorni si alternavano senza sosta, tra una bottiglia d'alcohol e un colpo di pistola, ed ero ormai diventato esperto nel far scomparire persone ritenute scomode.
Scomode per il mio mandante. Scomode per un criminale.
Non riuscivo a capire chi meritasse di morire, e chi invece di vivere, forse non l’avevo mai capito… andavo avanti per paura, per saldare un debito, e perché non sapevo cos’altro fare.
Ero un debole, preda dei propri dubbi e delle proprie paure. Mi facevo schifo.
Incontrai Ally ad una festa. Ricordo i miei occhi spenti, allo specchio, prima di uscire dal bagno, col cadavere sistemato dentro uno degli stanzini e io che mi lavavo le mani dal sangue, un surreale disegno di un artista malato.
Quando varcai la porta, mi ritrovai i suoi occhi davanti, limpidi e accesi, contornati da lisci capelli castani il cui riflesso copriva le luci sopra di noi. Rimasi fermo come un idiota, mentre sentivo le mie mani sporche, il vestito appesantito dal rosso di quella sera, e la voce dell’uomo che mi implorava di lasciarlo vivere mentre lo bloccavo al muro. Mi sentivo sporco sotto quegli occhi così limpidi…
Non sapevo chi era, non la conoscevo… eppure mi rimase impressa a fuoco.
Me la presentarono, parlammo un po’, riuscivo a tenere testa alla conversazione nonostante la mia mente fosse un mare in tempesta, non distolsi lo sguardo da lei neppure quando un uomo uscì dal bagno urlando, e la folla si agitò per la presenza di un cadavere. In quel momento non importava…
Pensai molto a lei, nei giorni successivi, dopo molto tempo riuscivo a provare qualcosa che non fosse apatia o dolore, in un insieme di dubbi ero riuscito finalmente a trovare qualcosa di concreto, e decisi di non farmela sfuggire, di rimanere aggrappato con tutte le mie forze per non ricadere.
Probabilmente avevo solo deciso di scambiare un'ossessione con un'altra, molto più dolce... era un giusto prezzo, per un sogno che non sarebbe durato.
Strappare la vita ad un uomo ti cambia, e in peggio. Le cose cominciano a perdere di significato, tutto diventa piatto e l’unico modo per non impazzire è mantenere un distacco emotivo, un modo efficace per rendere più facile l’omicidio successivo.
Il whiskey di quella sera aveva il gusto del sangue.
Stavo muovendo lentamente il bicchiere, facendo sbattere i cubetti di ghiaccio tra loro, quando si sedette di fianco a me l’uomo che indicava le mie vittime, un angelo della morte che non voleva sporcarsi il suo vestito da qualche migliaio di dollari.
Non ricordo esattamente le sue parole, né il luogo in cui mi stava mandando, ma rammento perfettamente il nome della vittima, Stephan Reiner. Lo ricordo perché avevo cenato nel suo locale, e avevo parlato spesso con lui e con la sua famiglia…
Non mi era sembrato un impresario corrotto, tanto meno un uomo pericoloso, ma le apparenze potevano ingannare, così come le convinzioni.
Soprattutto le mie, ma l’avrei capito troppo tardi.
Quando entrai nell’appartamento di Reiner (era da solo, i miei mandanti avevano studiato i suoi movimenti) mi aspettai le solite implorazioni, la disperazione e le menzogne per sfuggire al sicario venuto per ammazzarlo, ma questa volta era diverso.
Nei suoi occhi non vedevo bugie, o corruzione… erano tristi ed imploranti, non pietosi e malati.
Non ero preparato a quello spettacolo. Lui non sembrava come gli altri, non sembrava feccia.
La mia convinzione cominciava a vacillare… l’unica cosa che in quelle notti riusciva a muovere il mo braccio e a sparare era sapere che quello che avevo di fronte meritava la morte, come la meritavano quelli per cui lavoravo. Reiner non poteva essere innocente, era semplicemente una persona che mascherava bene le sue colpe. Doveva essere così.
E se…
Lo gettai dalla finestra, dal quarto piano di quel palazzo.
Ricordo il suo urlo, il rumore acuto dei vetri che si rompevano e il tonfo sordo del corpo sull’asfalto.
Guardavo giù, mentre la mia coscienza cominciava a sgretolarsi, e la paura si faceva strada nel mio corpo. Forse non meritava la morte, forse non era come tutti gli altri.
Se fosse davvero stato così, tutto ciò che pensavo avrebbe cominciato a perdere di significato, sarei diventato feccia, avrei meritato io
Tutt’ora non so se la ragione fosse dalla sua parte, o dalla mia, non importa… quella sera, dentro di me, tutto aveva iniziato a sfaldarsi, le domande avevano preso il sopravvento di fronte al cupo cinismo che mi aveva retto fino a quel momento, ed ero diventato un immenso castello di carte le cui basi avevano cominciato a cedere.
La prima volta che uccisi un uomo non sapevo nemmeno impugnare la pistola.
Era tardi, si era spenta ogni luce e ogni insegna, e le porte del caffè erano state ormai chiuse.
Ero rimasto solo con i miei problemi, uno sparviero in un mondo di cacciatori.
Uno sconosciuto mi aveva parlato dell’uomo che poteva risolvere ogni mio problema, e darmi tutti i soldi che mi servivano e in fretta, senza che qualcuno venisse a saperlo. Il suo nome, o almeno quello con cui era conosciuto in quel mondo, era Vincent.
Il mio migliore amico, invece, mi aveva messo in guardia dall’andarci o dal chiedere aiuto a persone di quel calibro, non ne sarebbe uscito niente di buono. Ma lui non poteva capire cosa provavo, e come mi sentivo, non avrebbe mai potuto capire.
La mia follia mi aveva dunque spinto a dubitare delle sue parole, e a credere a quelle di una persona schiva incontrata in qualche sobborgo dimenticato da Dio e da tutti, la stessa follia che mi avrebbe accompagnato diventando la mia insostituibile compagna di giochi.
Stava camminando tranquillamente, con la sua giacchetta firmata e le sue belle scarpe da qualche centinaio di dollari, coperto dall’arroganza propria degli intoccabili, o dei criminali.
Ma non c’è salvezza per chi trasgredisce alle regole, e lo sapevo bene.
Io non sarei mai diventato così… continuavo a ripetermelo mentre gli camminavo dietro, continuavo a ripetermelo anche quando gli saltai addosso con la lama del mio coltello, anche quando avevo visto i suoi occhi spenti specchiarsi nelle pozzanghere sull’asfalto.
Lui era feccia, in ogni caso si era meritato quella fine… non stavo uccidendo un uomo, stavo solo cancellando un piccolo tumore dalla città malata in cui vivevo.
Io non ero così, non lo sarei mai diventato… Me lo ripetevo ancora e ancora, mentre lasciavo cadere a terra l’arma e guardavo il grigio asfalto colorarsi, piano piano, di un rosso foriero di morte.