In questa vita

Questa è una storia a puntate. Le parti sono ordinate in modo decrescente, l'ultimo racconto è sempre in alto. A destra ci sono i link ai capitoli, e la possibilità di scaricare gratuitamente il libro!
martedì, 22 gennaio 2008

Capitolo 2 - Atto X (Passato)

Eravamo passati davanti al proprietario del Moonlight Girls, un grasso amante dei racconti a luci rosse e delle serie televisive dalle puntate apparentemente infinite, per uscire nel retro, dove l’aria odorava di marcio.

“Se rimaniamo troppo in questo posto, rischiamo di non levarci più questa merda dal naso…” affermò Candice, una macchia bionda nel grigio.

Mi soffermai a guardare il luogo a cui eravamo arrivati, un ammasso di fango e immondizia, di liquidi strani mischiati ad acqua. Non c’era anima viva, si sentivano solo i rumori provenire dall’interno del bar e dalla strada vicina.

Per questo, quando sentii un rumore lì vicino, mi voltai di scatto, teso, solo per scoprire che un gatto randagio cercava i resti che gli appartenevano.

Era la sua zona, il suo dominio, ma era troppo impaurito per attaccare noi intrusi.

Cacciava in mezzo alla melma, tra i rifiuti e lo sporco. Vicino, si era creata una pozza d’acqua, o almeno speravo lo fosse, che rifletteva le poche nuvole bianche che coprivano il cielo azzurro, un insieme di marciume e bellezza senza tempo.

Rimasi fermo a guardare, fino a quando Candice non mi diede una scrollata.

“Si, hai ragione. Dobbiamo andare…”

Non vidi più il gatto, se n’era andato.

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venerdì, 18 gennaio 2008

Capitolo 2 - Atto IX (Passato) - Origine

Mi attaccai sempre di più a quella vita, cercando di rimanere sveglio nel sogno lucido che stavo vivendo. La sensazione di aver smarrito la strada, di aver sbagliato tutto, era sempre più grande, e solo la paura di non essere abbastanza forte per cambiare mi teneva legato al mio incubo.

Cominciai a rivedere alcuni degli amici che avevo abbandonato, solo quelli che me lo permettevano, e non davo mai alcuna spiegazione. Dovevano prendermi per quello che mostravo loro, perché quello che ero non l’avrebbero mai accettato.

Rimase solo lui, il mio migliore amico, compagno di innumerevoli bevute al bancone di un bar, figlio della gentilezza e del sorriso. Mi trovavo bene con lui, sembrava desiderasse mostrare che il mondo conteneva ancora qualche sprazzo di luce.

Nel periodo in cui non c’ero si era sposato con una donna, a detta sua, bellissima, e smaniava di farmela conoscere. Decisi fosse una buona idea.

Mi sbagliai, ancora una volta.

A quella festa, tra decine di persone dai sorrisi finti e gli sguardi inebriati dall’alcohol, incontrai la moglie del mio amico.

Ally.

Nonostante fossi abituato a mentire, faticai a mantenere il controllo quella notte, mentre lei mi sembrava solo leggermente stupita, come divertita dal fato e dall’avermi scoperto amico dell’uomo che avrebbe dovuto amare.

La risata beffarda di un essere che scriveva il corso delle vite mi perseguitò per molto tempo, fino a quando non decisi di smettere di vederla. Il mio lavoro stava per finire, e le mie colpe cominciavano a diventare vecchie compagne di giochi che non permettevano altre conoscenze.

Sentii quella risata, nella mia testa, anche il giorno in cui lei mi tradì.

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martedì, 15 gennaio 2008

Capitolo 2 - Atto VIII (Passato)

Candice aveva lavorato per Vincent.

In un altro tempo, in un autunno che aveva ancora foglie da perdere, lei si aggirava in una città caotica e indifferente per mietere tutta l’erba cattiva. Non per la società, o per gli indifesi, ma per il suo capo. Nessuna nobile causa.

Era la sua prediletta, io stesso avevo imparato da lei perché era la migliore. Fu quindi un grave colpo, per Vincent, quando lei si innamorò di un uomo, un semplice pescatore, e decise di abbandonare il suo lavoro. Era più felice di quanto l’avessi mai vista, e quando se ne andò le augurai tutta la tranquillità e la gioia che potessi immaginare.

Non era bastato, forse non ne immaginavo abbastanza. Quando il mare si prese il futuro marito, venne da me a piangere, a sperare e a pregare perché un qualunque Dio gli riportasse l’uomo sano e salvo. Era così debole…

Non poteva riprendere il ruolo da assassina, perché il suo cuore aveva ricominciato a battere da quando aveva conosciuto quel semplice pescatore. Decise quindi di trovare un lavoro che la tenesse lontana da tutto nell’attesa che lui tornasse, che comparisse dalla porta di quel bar per dirle, con le lacrime agli occhi: “Candice… Sono tornato…”.

Dopo anni, aveva perso quella strana ma affascinante luce negli occhi, aveva forse perso la speranza di rivederlo e le sue giornate si susseguivano monotone e prive di un qualunque scopo degno di essere chiamato tale.

A guardarla, in quel momento, seduta sulla sedia ad ascoltare ciò che mi era successo, sembrava aver ripreso una parte della vitalità che la contraddistingueva, la voglia di vivere o di morire, che era sempre meglio di non saper cosa fare della propria vita.

Ha sempre voluto rischiare, Candice… Forse avevo commesso un errore di valutazione, nel chiedere il suo aiuto, ma a quel punto non potevo farmi troppe remore.

 
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martedì, 08 gennaio 2008

Capitolo 2 - Atto VII (Passato) - Origine

Cominciai a frequentare Ally occasionalmente, nei momenti in cui la vita sembrava molto più nera di quanto non dovesse essere. Ero un’auto impazzita che correva in una strada circondata solo da campi abbandonati, senza una vera destinazione, un’auto che aveva bisogno di benzina per poter ripartire e correre.

Avevo trovato un luogo in cui poter riposare…

Non mi aveva mai chiesto cosa facevo per vivere, né dove abitavo o chi frequentavo, sapeva solo il mio nome e questo le bastava. Adoravo quando lo pronunciava, lo sentivo meno distaccato e vuoto di quanto lo ricordassi, molte volte andavo a trovarla solo per sentirlo uscire dalle sue labbra.

Nemmeno io chiesi mai chi fosse lei, avevo paura di farlo. Rischiavo domande a cui non avrei potuto trovare una risposta. Rischiavo risposte che avrebbero potuto fare più male che bene. Svolgendo il lavoro per Vincent avevo imparato che l’ignoranza in casi come questi è un bene, e che le cose mutano sotto agli occhi di chi cerca di scoprire la verità sulle persone che ha attorno.

E così, prima di andare da lei, uccidevo, e con ancora il peso della pistola nelle mani bussavo alla sua porta ed entravo in quel mondo che non mi apparteneva, cercando di prendere il più possibile prima che fosse troppo tardi.

Perché niente di bello era mai durato in una città che faceva della morte e della corruzione il suo cavallo di battaglia.

 
 
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giovedì, 03 gennaio 2008

Capitolo 2 - Atto VI (passato)

Il suo vero nome era Candice. Miss Melody era solo un nominativo scelto per tenere alto il morale della massa di animali che c’era fuori dal suo camerino.

Non che necessitasse di essere chiamata in qualche modo strano per attirare l’attenzione, ma aveva bisogno di un nome, lo richiedeva il suo lavoro e il suo pubblico.

Lei era cambiata completamente, lo si notava soprattutto in questo. Perché prima non aveva alcun nome che potesse essere usato nel suo lavoro.

Come non lo avevo io.

“Vincent ti ha tradito?” la sua voce palesava una divertita ironia che trovato abbastanza irritante. Ma Candice era così.

“Forse è più giusto dire che voleva liberarsi di qualcosa che non trovava utile. Il tradimento è un rapporto di fiducia, voi non ne avevate”.

Aveva ragione, naturalmente, ma questo non mi faceva sentire meglio. Chi può stare meglio, nel sentirsi dare della spazzatura?

Non le avevo ancora parlato di Ally, avevo preferito tenerlo per me, almeno fino a quando non avessi trovato una risposta. Per ora, dovevo prendere il controllo della conversazione, e convincere Candice a darmi una mano. Non dovevo farle capire che ero disperato.

“Non mi interessano le sfumature… E non interessano nemmeno ai poliziotti che in questo momento mi stanno cercando.”

Mi guardò con velato interesse, e continuò a sistemarsi i capelli color oro.

Dopo una pausa, dandole le spalle, le chiesi aiuto, un posto dove stare mentre si calmavano le acque.

“Potrei rimanere qui, non credo sappiano che siamo ancora in contatto… Oppure a casa tua”.

Sentii che si stava alzando, e riponendo la spazzola. I suoi passi erano il rumore della risposta che mi dava il destino, se morire in silenzio o cercare di fare qualcosa. Non avrei avuto un altro posto, se mi avesse rifiutato.

“E’ pericoloso.” Mi girò verso di lei, in modo che la guardassi negli occhi.

“Molto pericoloso…” mi afferrò la testa e mi baciò, premendomi contro la finestra, un bacio forte e violento.

Violento come la mia vita, come tutto ciò che mi circondava e mi rapiva, violento come la persona che lei aveva scelto di non essere, come la persona che ero.

Mentre si staccava, mentre la fissavo per capire cosa intendesse fare, lei sussurrò: “Deve essere divertente…” e si allontanò.

Non capii cosa ci fosse di divertente, ma Candice era così.

Attratta dal pericolo.

Sperai solo di non averla portata in un pericolo più grande di lei, ma avevo bisogno di un aiuto. Ad ogni costo.

 
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martedì, 18 dicembre 2007

Capitolo 2 - Atto V (passato) - Origine

Ero entrato in un vortice di rabbia e morte, un ammasso di sensazioni prive di logica, che mi strappava dalla realtà e mi gettava in una buia caverna nel più profondo degli inferi.

I giorni si alternavano senza sosta, tra una bottiglia d'alcohol e un colpo di pistola, ed ero ormai diventato esperto nel far scomparire persone ritenute scomode.

Scomode per il mio mandante. Scomode per un criminale.

Non riuscivo a capire chi meritasse di morire, e chi invece di vivere, forse non l’avevo mai capito… andavo avanti per paura, per saldare un debito, e perché non sapevo cos’altro fare.

Ero un debole, preda dei propri dubbi e delle proprie paure. Mi facevo schifo.

Incontrai Ally ad una festa. Ricordo i miei occhi spenti, allo specchio, prima di uscire dal bagno, col cadavere sistemato dentro uno degli stanzini e io che mi lavavo le mani dal sangue, un surreale disegno di un artista malato.

Quando varcai la porta, mi ritrovai i suoi occhi davanti, limpidi e accesi, contornati da lisci capelli castani il cui riflesso copriva le luci sopra di noi. Rimasi fermo come un idiota, mentre sentivo le mie mani sporche, il vestito appesantito dal rosso di quella sera, e la voce dell’uomo che mi implorava di lasciarlo vivere mentre lo bloccavo al muro. Mi sentivo sporco sotto quegli occhi così limpidi…

Non sapevo chi era, non la conoscevo… eppure mi rimase impressa a fuoco.

Me la presentarono, parlammo un po’, riuscivo a tenere testa alla conversazione nonostante la mia mente fosse un mare in tempesta, non distolsi lo sguardo da lei neppure quando un uomo uscì dal bagno urlando, e la folla si agitò per la presenza di un cadavere. In quel momento non importava…

Pensai molto a lei, nei giorni successivi, dopo molto tempo riuscivo a provare qualcosa che non fosse apatia o dolore, in un insieme di dubbi ero riuscito finalmente a trovare qualcosa di concreto, e decisi di non farmela sfuggire, di rimanere aggrappato con tutte le mie forze per non ricadere.

Probabilmente avevo solo deciso di scambiare un'ossessione con un'altra, molto più dolce... era un giusto prezzo, per un sogno che non sarebbe durato.

 
 
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venerdì, 14 dicembre 2007

Capitolo 2 - Atto IV (passato)

Dopo un periodo in cui lei mi aveva riportato in vita, era infine giunta l’ombra a prendermi, ma se è vero che tutto ciò che fai in vita ti torna indietro, forse era la giusta conclusione.

No, non lo era, perché nessuno aveva ancora messo la parola fine.

Avevo bisogno di risposte, ma prima ancora avevo bisogno di un luogo sicuro dove cercarle. Nelle vicinanze della casa di Ally c’era un bar, il “Moonlight Girls”, e il suo nome non derivava di certo dalla gentilezza delle cameriere.

 

Diedi una mancia poco cospicua al tassista che mi aveva portato fin lì, e con le sue lamentele di sottofondo entrai, facendomi largo tra due buttafuori il cui aspetto era tutt’altro che amichevole.

La pericolosità di un locale non si riconosce dai muscoli degli uomini all’esterno, men che meno dalle espressioni tutt’altro che simpatiche delle persone che ti osservano mentre cammini. La pericolosità si vede dalla presenza di armi di chi sta entrando, dalla mancata perquisizione. In posti simili la presenza di ferri implica solo che, se vieni considerato spazzatura, una pallottola nella schiena potrebbe far finire prematuramente il tuo momento di pausa.

Con un sospiro mi avvinai al bancone e ordinai un whiskey doppio. Se proprio dovevo morire, preferivo farlo con un po’ di alchool in corpo.

Mentre bevevo vidi le luci abbassarsi, e la sala farsi silenziosa. Lo spettacolo era iniziato, e se la fortuna non mi aveva completamente abbandonato ci sarebbe stata anche la mia via di fuga preferita.

In uno scroscio di applausi, e qualche commento non proprio elegante, fece la sua entrata in scena “Miss Melody“. Non che il nome importasse, dopotutto. Lei era l’unico motivo per cui delle persone entravano all’interno di un cupo locale in una giornata di sole rovente.

Mentre le luci si muovevano con una scoordinazione patetica, la vista era sollevata dai movimenti aggraziati e sensuali della ballerina, una danza che ti obbligava a seguirla, curvature e svolte riempivano gli occhi mentre si toglieva lentamente tutti i vestiti per l’orda che stava fischiando ed acclamando davanti a lei. Nonostante tutto, lei era sempre la più desiderabile, la più bella.

Quando “Miss Melody” rimase con solo un minuscolo pezzo di tela, mi avvicinai al barista:

“Dopo lo spettacolo, devo parlare con lei.” Indicandola.

“Tutti vogliono parlare con lei. Non si può fare, mi spiace” disse con l’aria di chi è tutto fuorchè dispiaciuto.

“Forse non mi sono spiegato” lo rimbeccai con un sorriso sardonico, mentre mettevo svariate decine di dollari sotto il bicchiere.

"Forse, se tu le dicessi il mio nome, lei ti direbbe di lasciarmi entrare..."

 
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lunedì, 10 dicembre 2007

Capitolo 2 - Atto III (Passato) - Origine

Strappare la vita ad un uomo ti cambia, e in peggio. Le cose cominciano a perdere di significato, tutto diventa piatto e l’unico modo per non impazzire è mantenere un distacco emotivo, un modo efficace per rendere più facile l’omicidio successivo.

Il whiskey di quella sera aveva il gusto del sangue.

Stavo muovendo lentamente il bicchiere, facendo sbattere i cubetti di ghiaccio tra loro, quando si sedette di fianco a me l’uomo che indicava le mie vittime, un angelo della morte che non voleva sporcarsi il suo vestito da qualche migliaio di dollari.

Non ricordo esattamente le sue parole, né il luogo in cui mi stava mandando, ma rammento perfettamente il nome della vittima, Stephan Reiner. Lo ricordo perché avevo cenato nel suo locale, e avevo parlato spesso con lui e con la sua famiglia…

Non mi era sembrato un impresario corrotto, tanto meno un uomo pericoloso, ma le apparenze potevano ingannare, così come le convinzioni.

Soprattutto le mie, ma l’avrei capito troppo tardi.

Quando entrai nell’appartamento di Reiner (era da solo, i miei mandanti avevano studiato i suoi movimenti) mi aspettai le solite implorazioni, la disperazione e le menzogne per sfuggire al sicario venuto per ammazzarlo, ma questa volta era diverso.

Nei suoi occhi non vedevo bugie, o corruzione… erano tristi ed imploranti, non pietosi e malati.

Non ero preparato a quello spettacolo. Lui non sembrava come gli altri, non sembrava feccia.

La mia convinzione cominciava a vacillare… l’unica cosa che in quelle notti riusciva a muovere il mo braccio e a sparare era sapere che quello che avevo di fronte meritava la morte, come la meritavano quelli per cui lavoravo. Reiner non poteva essere innocente, era semplicemente una persona che mascherava bene le sue colpe. Doveva essere così.

E se…

Lo gettai dalla finestra, dal quarto piano di quel palazzo.

Ricordo il suo urlo, il rumore acuto dei vetri che si rompevano e il tonfo sordo del corpo sull’asfalto.

Guardavo giù, mentre la mia coscienza cominciava a sgretolarsi, e la paura si faceva strada nel mio corpo. Forse non meritava la morte, forse non era come tutti gli altri.

Se fosse davvero stato così, tutto ciò che pensavo avrebbe cominciato a perdere di significato, sarei diventato feccia, avrei meritato io la morte. Perché avevo ucciso un uomo che non doveva morire.

Tutt’ora non so se la ragione fosse dalla sua parte, o dalla mia, non importa… quella sera, dentro di me, tutto aveva iniziato a sfaldarsi, le domande avevano preso il sopravvento di fronte al cupo cinismo che mi aveva retto fino a quel momento, ed ero diventato un immenso castello di carte le cui basi avevano cominciato a cedere.

 
 
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mercoledì, 05 dicembre 2007

Capitolo 2 - Atto II (passato)

L’amore è una droga. Quando ne hai abbastanza i tuoi sensi si perdono, e ti ritrovi in un mondo completamente diverso, e se manca ne vuoi sempre di più. Ma quando viene a mancare, il contraccolpo può essere mortale.

Come in quel caso.

La polizia si stava avvicinando e le sirene erano sempre più forti, mentre io ero ancora lì che fissavo inerme le lacrime della donna che avevo amato. Se non mi avessi dato una mossa, mi avrebbero preso, qualunque fosse la ragione.

Repressi l’impulso di urlare contro Ally, e mi avvicinai alla finestra. Vedevo le macchine, fra qualche secondo mi avrebbero raggiunto e le scelte sarebbero state solo due: l’arresa o la sparatoria.

Il secondo caso non avrebbe portato a buoni risultati.

La terza scelta era di prendere in ostaggio lei, ma non ci riuscivo, non era un’opzione valida, e mentre mi avvicinavo alla finestra sul retro cercavo di non degnarla di uno sguardo, come un ladro che distoglie la vista dalle manette incatenate ai suoi polsi.

“Non andare!”

La sua voce era rotta dal pianto, disperata. Volevo urlare, contro tutto.

“Ti prego, non andare! Non farlo…” il suo sguardo mi implorava di rimanere, ma non per lei. Era qualcos’altro…

“Ally… Tornerò da te, non dimenticherò quello che hai fatto. Voglio sapere perchè. Perché mi hai ingannato per tutto questo tempo.”

E mentre lei gridava il mio nome, giurando su ogni cosa che non lo aveva mai fatto, che mi aveva davvero amato, io aprii la finestra e saltai fuori, privo di speranza e con tutto il corpo che bruciava, un dolore enorme per chi era appena stato strappato dal suo sogno.

Ma le scelte sbagliate, il non saper parlare, e la morte che mi inseguiva ad ogni passo, erano i segni dell’essermi risvegliato da quel sogno soltanto per ritrovarmi immerso in un enorme incubo.

 
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giovedì, 29 novembre 2007

Capitolo 2 - Atto I (Passato) - Origine

La prima volta che uccisi un uomo non sapevo nemmeno impugnare la pistola.

Era tardi, si era spenta ogni luce e ogni insegna, e le porte del caffè erano state ormai chiuse.

Ero rimasto solo con i miei problemi, uno sparviero in un mondo di cacciatori.

Uno sconosciuto mi aveva parlato dell’uomo che poteva risolvere ogni mio problema, e darmi tutti i soldi che mi servivano e in fretta, senza che qualcuno venisse a saperlo. Il suo nome, o almeno quello con cui era conosciuto in quel mondo, era Vincent.

Il mio migliore amico, invece, mi aveva messo in guardia dall’andarci o dal chiedere aiuto a persone di quel calibro, non ne sarebbe uscito niente di buono. Ma lui non poteva capire cosa provavo, e come mi sentivo, non avrebbe mai potuto capire.

La mia follia mi aveva dunque spinto a dubitare delle sue parole, e a credere a quelle di una persona schiva incontrata in qualche sobborgo dimenticato da Dio e da tutti, la stessa follia che mi avrebbe accompagnato diventando la mia insostituibile compagna di giochi.

 

Stava camminando tranquillamente, con la sua giacchetta firmata e le sue belle scarpe da qualche centinaio di dollari, coperto dall’arroganza propria degli intoccabili, o dei criminali.

Ma non c’è salvezza per chi trasgredisce alle regole, e lo sapevo bene.

Io non sarei mai diventato così… continuavo a ripetermelo mentre gli camminavo dietro, continuavo a ripetermelo anche quando gli saltai addosso con la lama del mio coltello, anche quando avevo visto i suoi occhi spenti specchiarsi nelle pozzanghere sull’asfalto.

Lui era feccia, in ogni caso si era meritato quella fine… non stavo uccidendo un uomo, stavo solo cancellando un piccolo tumore dalla città malata in cui vivevo.

Io non ero così, non lo sarei mai diventato… Me lo ripetevo ancora e ancora, mentre lasciavo cadere a terra l’arma e guardavo il grigio asfalto colorarsi, piano piano, di un rosso foriero di morte.

 

 
 
 
 
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Nome: Matteo Marangoni
Lo scrittore... di una storia creata guardando, cambiando e vivendo. Un amalgama di spunti, di frasi e di emozioni.


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