In questa vita

Questa è una storia a puntate. Le parti sono ordinate in modo decrescente, l'ultimo racconto è sempre in alto. A destra ci sono i link ai capitoli, e la possibilità di scaricare gratuitamente il libro!
venerdì, 23 novembre 2007

Capitolo 1 - Atto X (Passato)

Non esistono scelte giuste e scelte sbagliate, c’è solo il loro risultato ad attenderti, nascosto in agguato e pronto a saltare fuori in ogni momento, come una tigre che ha annusato la sua preda, letale e infallibile. Il corpo riverso sul pavimento aveva fatto di me il predatore, ma sarei presto diventato la preda di quell’immenso gioco omicida.

Avevo ucciso il sicario di Vincent, avevo risparmiato la vita di Ally.

Quando mi ero voltato e gli avevo puntato la pistola contro, la sua espressione sorpresa mi aveva rivelato che non si era aspettato una mossa simile… non sapeva della mia relazione, e questo mi dava tempo. Avevo trovato la speranza che mi aveva convinto a fare fuoco contro Boost.

Con la pistola appoggiata al fianco, la canna ancora fumante, fissavo la figura seduta di fronte al pianoforte, le guance rigate di lacrime e le mani appoggiate al grembo. Sembrava così debole…

“Ally, dobbiamo andarcene… Ne verranno altri, appena scopriranno cos’ho fatto!” cercavo di farle fretta, ma lei era ancora li, e piangeva. Forse era shockata… Forse…

“Ally!”

“Mi dispiace…Mi dispiace così tanto!” Mi guardava con quegli occhi che mi assorbivano, mi supplicava di capire, ma cosa? Cosa voleva dirmi?

Mi avvicinai pian piano, alzando la mano vuota per chiamarla mentre i dubbi si facevano largo tra il pandemonio di pensieri che mi affollavano la mente.

“Andiamo… vieni con me…”

Ma c’era qualcosa. Non nei suoi occhi, non nelle sue mani, ma nell’aria. Un suono… tra i singhiozzi e le suppliche un rumore ancora più forte mi aveva raggiunto, e con la violenza di un proiettile che ti attraversa la testa compresi cos’era.

Sirene… sirene della polizia stavano arrivando da me, perché avevo ucciso un uomo, perché avevo sparato, perché… come sapevano…?

Non capivo, rimasi stordito senza riuscire a pensare, con l’unica certezza che mi abbagliava fino a rendermi cieco. Cieco come l’amore che ti strappa dalla realtà e ti scaglia in un mondo di sogni e di false speranze, togliendo ogni tua capacità di pensiero e giudizio.

“…mi dispiace così tanto…”

Con le risate, con le lacrime, lei mi aveva tradito.

L'angelo aveva perso le ali, e mi aveva trascinato con sè nella buia discesa dell'inferno.
 
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martedì, 20 novembre 2007

Capitolo 1 - Atto IX (Presente)

“Vediamo se riesco a spiegarmi. Tu sai qualcosa che io voglio sapere, e non ho molto tempo”.

Distolgo lo sguardo portandolo sul fazzolettino bianco che uso per pulirmi le mani. Il tessuto è come la coscienza di una persona, è bianco candido fino a quando non lo usi, e si può sempre riportare allo stato originale. Ma quando si macchia di sangue è difficile rendere il chiarore ancora così acceso, così lindo.

Andrej è legato alla sedia, i lividi e i tagli adornano il suo volto in una grottesca maschera di halloween, la bottiglia di whiskey è sul tavolo, un vizio vicino ad una corruzione.

Le mani mi fanno male, la testa mi si stà spaccando e comincio a chiedermi se quello che sto facendo sia giusto o meno. Ma per ora questo non ha importanza.

“Che diavolo vuoi, maledetto figlio di puttana”. Gli insulti pronunciati dal suo accento russo mi divertono, e rendono la scena piuttosto singolare. “Io non so niente, pezzi grossi come questi di certo non vengono a dire a me cosa stanno facendo”.

Sbuffo, continuo a pulirmi le mani in modo calmo, studiato. “Sei a conoscenza di tutto quello che succede, non sono estraneo al giro quindi non insultarmi e vieni al sodo. Non ho tutta la sera”.

Si guarda attorno, cerca forse una via d’uscita mentre il sudore scende, e le corde gli segnano il collo lasciando escoriature rosse.

Non guardarti in giro, bastardo. La tua concentrazione deve essere solo per me.

“Vincent se n’è andato, io voglio sapere dove. Voglio sapere cosa trasportava il suo uomo, e per conto di chi. Voglio…”

“Vai al diavolo, americano!” Sputa queste parole, insieme a metà del sangue che ha in bocca. Cerco di rimanere calmo, freddo, distaccato mentre gli copro la bocca col fazzoletto ormai rosso, e pronuncio le parole con voce molto più melliflua di quanto avessi voluto.

“Hai sbagliato, Andrej. Forse posso fare qualcosa per riportarti alla ragione.”

Gli appoggio la canna della pistola alla gamba, vedo le sue pupille dilatarsi dalla paura e la testa muoversi per fuggire dalle corde, e dalla mia mano, senza successo. Premo con forza, perché il ferro trema come la mia decisione, ombre che danzano dietro a delle fiamme che stanno consumando tutto ciò che trovano lungo il loro cammino.

Non lo guardo negli occhi mentre premo il grilletto, perché non voglio vedere il dolore che lo attraverserà quando il suono dello sparo riempirà la stanza.

 
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venerdì, 16 novembre 2007

Capitolo 1 - Atto VIII (Passato)

Nei dintorni della sua casa non sembrava esserci nessun vicino ficcanaso, le strade erano deserte e la giornata era soleggiata.

Sembrava tutto andare alla perfezione.

Ci eravamo avvicinati abbastanza da capire che qualcuno era in casa, si sentiva una musica provenire dalle finestre semi-aperte in cui una tenda bianca copriva la visuale, la porta era invece aperta ed entrammo senza far rumore.

Lei era davanti al pianoforte nel soggiorno, mentre batteva i tasti sulle note di una canzone che avevo già sentito, ma di cui non ricordavo il nome. Aveva una lunga veste bianca, e il suo profilo era bellissimo… sembrava un angelo le cui ultime note presagivano il momento della sua caduta.

“Ally…”

Si voltò, e mi fissò con occhi insolitamente tristi. “Mi dispiace che abbiano mandato te… mi dispiace molto…” Lei sapeva che stavamo arrivando, e non era scappata. Ma la cosa che mi sconcertava di più era che sapeva chi ero, cosa facevo in quella casa… Non era sorpresa di vedermi, perché?

Il mio “collega” mi stava fissando, ma non mi importava. Non importava la sua espressione, quello che poteva aver intuito, o i suoi dubbi. Continuavo a guardarla come se potessi fermare il tempo, e imprimermi la sua immagine.

“Cos’hai fatto, Ally…” era solo un sospiro, ma sembrò averlo sentito. Abbassò lo sguardo sul pianoforte e alcune lacrime cominciarono a bagnarle il viso.

Suona ancora per me, Ally…

Continuò a premere sui tasti, senza fermarsi, una nota dopo l’altra, una canzone bellissima, e allo stesso tempo straziante, che riempiva l’intera stanza.

Potevo uccidere Boost, portarla lontano, salvarla, ma mi avrebbero cercato e ucciso. Se invece avessi eseguito l’ordine, lei sarebbe morta per una causa che non conoscevo, ma io sarei stato salvo, a qualche passo dalla libertà.

Sentii la testa rompersi, il corpo lacerarsi mentre prendevo una delle decisioni più difficili della mia vita.

Le puntai la pistola alla testa, con un braccio che non mi apparteneva.

Suona ancora per me…

 
 
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domenica, 11 novembre 2007

Capitolo 1 - Atto VII (Presente)

L’edificio sembra vuoto, ma non ci giurerei. Probabilmente sa già che sto arrivando, ma se sono un uomo fortunato mi riterrà inoffensivo. Purtroppo non lo sono mai stato.

Salite le scale l’unica cosa che mi ferma è una porta, da cui non arriva nessun rumore, una sorta di Dantesco ingresso che separa la pazzia della Terra da quella dell’Inferno. Ora comincia la parte pericolosa.

La spalanco ed entro con passo convinto, guardando davanti a me la figura seduta alla scrivania che mi fissa con fare spavaldo e che picchietta fastidiosamente le dita sul legno, mi fermo ad un paio di metri da lui e prendo l’iniziativa.

“Andrej. Ho bisogno di un aiuto veloce”.

Finge di riconoscermi solo in quel momento. “Oh, ma guarda chi c’è!” Il modo in cui pronuncia il mio nome mi irrita, con quel suo fastidioso accento russo e l’aria d’inferiorità che insinua in ogni lettera scivolata dalla sua bocca. Ho la tentazione di andarmene, girarmi e correre. Ma ho deciso di non voltare più le spalle a niente, e non voglio venire meno a questa promessa.

“Ti credevo morto. Tutti ti credevano morto. E ora ecco che sbuchi fuori dalla tomba, assetato di… cosa?” Occhi troppo furbi, per quella faccia da scemo, mi fissano.

“Ho bisogno di informazioni, Andrej…e un po’ di armi. So che puoi avere tutto questo, e…”

Ha spostato lo sguardo dietro di me, solo per una frazione di secondo.

C’è qualcuno. Lo sento respirare, sento lo spostamento d’aria, e sento la voglia di uccidere che aleggia in quella stanza. Devo muovermi, in fretta!

Mi getto per terra, girando su me stesso, ed estraggo la 9mm. Non ho il tempo di vedere chi c’è, solo una figura nebbiosa vicino alla porta… no, sono due.

Sparo senza pensarci. Sparo perché è l’unico modo che ho per andare avanti, per non morire in questo schifo di posto.

Crollo a terra senza capire come si sia concluso lo scontro, se sono stato ferito o se li ho colpiti io, ma l’urlo nevrotico di Andrej mi dà sollievo. I due cadaveri stesi sul pavimento confermano che tutto è andato per il verso giusto, non sono ancora morto.

Controllo se ho qualche ferita, ma un segno di bruciatura rivela che uno di loro ha soltanto colpito il mio cappotto, e un foro di proiettile su un vestito è il giusto prezzo per avere due pistole in più… ora ho le armi che mi servono.

“Sembra che i tuoi uomini non avessero molta mira, Andrej…”

Cerca di mantenere il viso tranquillo, mentre stringe un patto con la morte. “Erano solo venuti ad accertarsi che io stessi bene, a chiederci se volevamo del tè. Ora dovrò assumerne altri…”

Chiudo la porta da cui sono entrati, e prendo uno dei loro ferri. Poi, con passo calmo, mi avvicino a quell’uomo così importante, ma così indifeso. Sono un pesce che nuota controcorrente, e che ha appena trovato riparo all’ombra di uno squalo in trappola. Vedo la sua paura, il suo sudore, l’attesa dei rinforzi e l’odio per un essere che aveva ritenuto un semplice sassolino nella scarpa, e tutto questo mi diverte.

Ha ragione lui, dovrei essere morto. Ma sono tornato, ed è il fatto di non avere più niente da perdere che rende l’uomo un diavolo.

“E’ ora di darmi quello che cerco, Andrej…”

 
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martedì, 06 novembre 2007

Capitolo 1 - Atto VI (passato)

Quando il lavoro entra in conflitto con la tua donna, non possono che nascere problemi. Peggio ancora se la donna in questione non è la TUA donna, e se il lavoro consiste nel liberarsi di persone scomode.

Se la questione non fosse stata così drammatica, mi sarei messo a ridere. Ma non era il caso.

“…diciamo che è diventata un personaggio pericoloso per qualcuno di importante, che la vorrebbe.. come dire.. veder sparire. Capirai la mia preoccupazione, non posso veder preoccupati questi miei amici.” Il suo sorriso così sardonico mi faceva ribrezzo, tutta la corruzione che usciva dalla sua bocca e che inondava quella piccola stanza mi stava nauseando. Sapevo, dentro di me, di non poter resistere ancora a lungo a quella vita. Forse era questa l’occasione per cambiare…

“Il nome per intero del soggetto in questione è Ally May, su questo foglio ci sono l’indirizzo e gli orari in cui puoi trovarla a casa.” Sapeva i suoi spostamenti, l’avevano controllata. Quindi sapeva anche…?

No, o almeno lo speravo. Ma la sua espressione era indecifrabile, solo quel sorriso.

“Questo, e un altro paio di lavoretti, e il tuo debito è concluso, sarai un uomo libero. Non ti esalta, l’idea?” Fottiti, Vincent.

“Con te verrà anche Boost, lo troverai vicino alla macchina. Dovresti averci già lavorato insieme. Buon lavoro…” Ancora quel sorriso. Avevo l’impulso di rompergli i denti, ma non ne sarei uscito vivo. Era meglio aspettare ancora un po’.

Come promesso, vicino alla mia macchina trovai Boost. Che razza di nome era “Boost”?

Guidai, con lui seduto sul sedile del passeggiero, ascoltando una canzone intitolata “Operation Mindcrime”, e pensai alle varie possibilità.

L’uomo accanto a me non era mancino, avrei quindi dovuto prima sparare al braccio destro. E non aveva nemmeno molta mira, ma questo era irrilevante… se fosse stato abbastanza vicino, la mira non era necessaria. Ed era sempre stato lento a capire, ma se sapeva del mio rapporto con Ally ero comunque in svantaggio.

Lanciai quindi la macchina lungo la sesta, con la sensazione di stare trasportando la morte con me, un passeggero scomodo che sussurrava i suoi ordini ad uno schiavo di un mondo troppo assurdo per poter essere compreso.

 
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venerdì, 02 novembre 2007

Capitolo 1 - Atto V (Passato) - Il suo ricordo

L’amore… quanto si è combattuto, quante giustizie sono state compiute, quanti errori sono stati fatti, per amore.

Osservavo le curve del suo corpo, i suoi capelli, le sue labbra, distesa su un letto di sogni e di speranze, coperta da nient’altro che le sue colpe.

Ally, dolce Ally… in quel momento avrei fatto qualsiasi cosa per te, rapito com’ero da quel vortice di passione che ci aveva colti alla sprovvista, e sfiniti entrambi.

Svegliati, Ally.

Aprì gli occhi, mi fissò e socchiuse le labbra in un breve sorriso. “Buongiorno”. Mi accarezzò la guancia, scendendo fino al collo. Dovetti fermarla, altrimenti non sarei riuscito a parlare.

“Abbiamo sbagliato tutto… “ Era meglio partire diretti. Non ero mai stato un bravo conversatore. “Non avremmo dovuto farlo…”

Rimase un attimo in silenzio, poi si mise seduta, ancora nuda, su quel letto. “Non è una nostra colpa, lo sai anche tu… non voglio dirti di non pensarci, ma non dovresti farlo, e non dovrei farlo nemmeno io.“

Sospirai, e dissi quello che mi spezzava in due. “Lui è mio amico. Tu sei la sua d…”

“Non sono ‘sua’! Non lo sono mai stata!” alzò la voce, quel tanto da lasciar trapelare la rabbia.

Per me? Per lui? Per sé stessa?

Quando ero arrivato, piangeva. Piangeva così forte che il suo viso era diventato più rosso del sangue. Le avevo asciugato le lacrime, le avevo baciato la bocca. Odiavo vedere una donna piangere, ma non volevo ascoltare le sue ragioni, ne avevo paura. Non mi interessava niente, solo i suoi occhi, la sua pelle, e il suo profumo.

In quel momento invece non piangeva più, mi fissava solamente a denti stretti, senza avere l’accortezza di coprirsi. Sperava che, vedendo il suo corpo, sarei rimasto con lei? O forse semplicemente non gliene importava?

L’amore… può prendere o cancellare tutto, ti annebbia i pensieri e ti porta via la parte razionale a cui eri tanto legato, tanto da farti compiere alcune tra le scelte più errate della tua vita.

Sorrisi alla luce che si rifletteva sulla sua pelle dal color del latte, mi alzai dal letto e cominciai a vestirmi. Lei mi stava ancora guardando. Quando rinfoderai la mia pistola, la fissai e pronunciai le parole a cui volevo credere disperatamente. “E’ stata una scelta di cui non mi pento. Dobbiamo parlarne con lui, e dobbiamo parlarne fra noi due, ma non ora. Forse il tempo sistemerà un po’ di cose…”. Sorrisi di nuovo quando le dissi “Ti amo” e mi voltai dando le spalle a quel corpo perfetto, come avevo dato le spalle a suo marito, mio amico.

 

Quando me ne andai, al volto di Ally mancava tutto. Il suo sorriso, e le sue lacrime.

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martedì, 30 ottobre 2007

Capitolo 1 - Atto IV (Passato)

Non avevo passato una bella notte, e ne sentivo gli effetti mentre guidavo. Gli incubi mi avevano colto alla sprovvista, lanciandomi in una scia di sangue e violenza a cui io ero estraneo, ma che in qualche modo mi attiravano verso di loro, parlandomi e seducendomi…

Per radio davano una canzone che si intitolava “Smooth Criminal”… è incredibile quanto ironica possa essere la vita in alcuni momenti, una spietata ruota della fortuna in cui speri non esca  mai il tuo numero. E questa volta avevo preso il biglietto vincente.

La sirena di un’ambulanza che mi stava superando mi fece tornare con la mente a quello che dovevo fare, al lavoro che mi aspettava, ma nonostante tutto non era il primo dei miei pensieri. La conversazione del giorno prima mi ballava nella testa, la sua espressione e il suo imbarazzo mentre cercava di capire…

Arrivato a destinazione, un uomo arcigno mi disse di aspettare il capo in una stanza spoglia, con una sola finestra che dava su di un vicolo lurido e lasciato a marcire. Sembrava avesse assorbito l’intera essenza di quel luogo, un inferno marcio e putrescente, che si attaccava morbosamente alla vita come la muffa su di una mela andata a male.

Perché questo era il luogo dove ero, una mela andata a male, e io uno di quei vermi che la consumano.

Quando la porta si aprì, guardai il nuovo arrivato e mi sentii come al solito a disagio. Vincent era un uomo carismatico, uno di quelli che riescono a farti credere che tutto al governo funziona perfettamente, che il mondo era giusto così com’era, che una persona meritava di morire perché così doveva essere.

Un ottimo politico, un pessimo uomo.

Pronunciò il mio nome con velato disinteresse, e si sedette su di una sedia.

“Abbiamo ancora bisogno di te.”

Quando parlò, quando mi spiegò, tutto perse di significato, i pensieri, i problemi, e il ricordo cominciò a farsi strada…

 
 
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lunedì, 29 ottobre 2007

Capitolo 1 - Atto III (presente)

La vittoria è la più grande bastarda che esista. Ti lascia avvicinare, ti fa sentire il suo odore, ti seduce… finchè non si stufa di te, e ti lascia per terra riverso sui tuoi stessi problemi.

Probabilmente questo lo pensava anche Vincent, sempre che fosse ancora in grado di pensare.

Salgo sulla macchina e mi avvio lungo la 4°, a fari spenti per non attirare l’attenzione, l’ultima cosa che voglio è che mi fermi una pattuglia della polizia… Lei era stata li, aveva ucciso il trasportatore di Vincent e aveva portato via la merce. Cerco di pensare al come, al perché, ma è solo una nube che ho nella testa, e che oscura ogni mio tentativo di riflettere. Il cervello mi scoppia, e nemmeno la bottiglia di whiskey invecchiato che ho nel cruscotto riesce a calmarlo.

Sono solo, ora, ho bisogno di aiuto e non posso fidarmi di nessuno. Decido quindi di andare dall’unica persona che può fare qualcosa per me, nel bene o nel male.

Odio rimanere fermo e attendere l’inevitabile.

 

L’ufficio di Andrej (sempre se si ritiene il caso di chiamarlo “ufficio”) è in un grande edificio mezzo abbandonato in periferia, luogo adatto solo a cani randagi, rinnegati e criminali.

Afferro la Colt 9mm e la nascondo sotto il cappotto, l’acciaio che batte sul mio corpo comincia a calmarmi… mi accendo una sigaretta, aspiro a pieni polmoni e soffio fuori il fumo.

Devo essere pronto a tutto, e il fuoco che si consuma sotto i miei occhi mi ricorda come una vita può diventare drasticamente breve.

Prima che sia ancora finito butto il mozzicone sull’asfalto, e mi avvicino a Andrej con passo sicuro. Non deve esserci incertezza nel mio sguardo, né esitazione nelle mie parole, e mentre calpesto le pozzanghere di quella strada dimenticata, decido che avrei lasciato a quest’uomo solo la scelta fra un aiuto e una pallottola in fronte.

 
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giovedì, 25 ottobre 2007

Capitolo 1 - Atto II (passato)

Ero uscito con lui.

L’aria era ben più fredda del giorno prima, e ti entrava nelle ossa con la stessa prepotenza, e sorpresa, di un pugno allo stomaco. Gli alberi di quel parco stavano perdendo tutte le foglie, le panchine erano quasi tutte libere e le strade erano deserte, un quadro innaturale che ritraeva perfettamente quello che mi passava per la testa. E che lui non poteva sapere.

“C’è molto freddo oggi… Avrei dovuto portare una giacca più pesante”. Gli piaceva parlare dell’ovvio, non era mai stato un brillante oratore, ma compensava con l’essere un buon amico.

“Il lavoro? Va come il solito?”. Questo lo metteva a disagio. Non aveva mai capito cosa facessi davvero, e nemmeno voleva saperlo, ci avrei scommesso. Risposi quindi come facevo ogni volta che le persone mi pongono questa domanda: “Alla grande … nessuna novità, tutto procede bene”.

Si mosse un po’ a disagio.

“Ally ha trovato lavoro, presso una banca. Dopo un sacco di colloqui, è stata accettata in questa. Ti ricordi di Ally, vero?“

Ally. Una donna bella, enigmatica… a volte allegra, a volte silenziosa, il suo umore oscillava come le note di una triste canzone suonata da un violinista agli angoli delle strade. Si, la ricordavo. Non potevo dimenticarla.

Una foglia cadde verso di noi, portata dal vento.

“Non sei più venuto a trovarci. Immagino sarai molto occupato…” L’esitazione della sua voce mi invitava a confermare. Ma non c’erano parole, non c’erano spiegazioni, non c’era niente.

Mentii a lui, quando invece avrei voluto mentire a me stesso.

“Si, ho molto da fare ultimamente, e molte cose mi tengono lontano persino da casa. Appena avrò un po’ di tempo passerò, non preoccuparti”.

Silenzio.

Una volta non c’era, tutto questo silenzio. Solo il vento passava in quel momento fra noi, a sussurrarci quello che pensavamo entrambi, che qualcosa era finito. Mi alzai, e dopo il saluto lasciai a lui solo la mia schiena.

Perché la verità era rimasta con me, portata dal vento.

 
 
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martedì, 23 ottobre 2007

Capitolo 1 - Atto I (Presente)

Come tutte le storie di questo genere, si inizia sempre con un cadavere.

Il suo sguardo spento è fisso sul lampadario, come una falena che ha fissato troppo la sua ultima fiamma.

Il foro nella sua testa mi ricorda che non avrebbe parlato poi molto, ed era un vero peccato. Mi sarebbero servite molte informazioni da un tipo come lui, e avrei cercato di strappargliele in ogni modo, ma la vita riserva sempre un sacco di sorprese, e questa era solo l’ultima di un’apparentemente infinita serie.

Non era andata lontana, sento il suo odore, lo respiro a pieni polmoni.

I ricordi tornano a galla, sempre e comunque. Se si guarda indietro, loro sono presenti, come un profondo baratro a cui è impossibile sfuggire, un mirino sempre puntato alla testa. L’ultima notte, l’ultimo sospiro, l’ultimo bacio focoso e caldo come le fiamme stesse dell’inferno, che ti avvolgono e che non ti lasciano respiro.

Riesco ancora a sentire l’odore di zolfo, il fumo aspro che fuoriesce dalla canna della pistola con cui lei aveva tentato di uccidermi, molto tempo fa. L'uomo che giace ai miei piedi non è stato abbastanza fortunato da sfuggirle.

 

Raccolgo l’arma vicino al cadavere.

Probabilmente aveva cercato di difendersi, o forse la portava sempre con sé. Ma quando c’è una bella donna, che ti soffia sul collo e ti sussurra parole dolci, nemmeno la morte riesce a svegliarti. Sempre che anche la morte non ti soffi sul collo, ovviamente.

Osservo la stanza, la finestra, la porta… Mi avvio verso l’uscita facendo attenzione a non calpestare il sangue, e spengo la luce. Per quanto li spalancasse, quest’uomo non sarebbe più riuscito a togliersi il biondo colore dei capelli dell’assassina dai suoi occhi.

 
 
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Lo scrittore... di una storia creata guardando, cambiando e vivendo. Un amalgama di spunti, di frasi e di emozioni.


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