Che Vincent non fosse un uomo d’azione si poteva capire dalla scelta per la sua fuga, il tetto è l’ultimo posto in cui potresti sperare di sopravvivere, l’alternativa alla pallottola è uno schianto contro il cemento una ventina di piani più in basso.
Con attenzione apro la porta, e un getto d’aria mi investe in pieno, aria pulita e pura, troppo in alto perché lo smog riesca ad inquinarla. Avanzo lentamente osservando la zona e temendo una trappola, ma nessuno sembra essersi nascosto tra i camini e le grate, nessuno sembra poter dare man forte all’uomo che sta scappando da me.
“Eri morto… tu eri morto!” E’ vicino al cornicione, troppo vicino.
“Noto con piacere che non fai più errori di valutazione. Si, sono morto. Sono qui per portare via anche te.”
“Non essere così avventato, io posso renderti potente! C’è stato solo un problema di… comprensione.” A trattare con il diavolo ci si assicura l’inferno.
Mi avvicino, mentre lui indietreggia fino ad arrivare al bordo. C’è qualcosa di piacevole in quello che sta succedendo, una sorta di controllo su tutto, una deviata forma di pace. Non mi preoccupo che qualcuno ci interrompa visto che Candice, anche se ferita, sta proteggendo la porta di accesso al tetto.
“Non puoi uccidermi! Ti immagini l’economia di questa città, le bande, la perdita del controllo, il…”
“Ti sembra forse che mi interessi qualcosa? Nella città degli angeli, Vincent, tu non hai mai posseduto candide ali.”
Con un misto di incredulità e terrore osserva la mia pistola fare fuoco, la nota finale di una stonata canzone. Quando la sua camicia diventa cremisi, e il suo cadavere crolla a terra, realizzo che è tutto finito, e lascio cadere il braccio lungo il fianco.
Dietro di me, si trascina una Candice stanca e affaticata, coi capelli biondi stranamente brillanti in un affresco blu di questa fredda notte.
“E’ morto…?”
“Si.”
Non guarda il corpo, ma le luci della città sotto di noi, agitate formiche in uno spazio troppo grande per loro. Inspiro l’aria a pieni polmoni, cancellando l’odore di zolfo dalle narici.
“Cosa farai ora?” sussurra Candice.
“Non lo so… me ne andrò da questa città, troppi ricordi.”
“Lei?”
Ally… E’ morta, e io sono ancora vivo.
“Tutto…”
“Potresti aprire un bar… almeno lavorerei decentemente anche io…”
Sorrido, assecondando la sua idea di cambiamento. “Potrei chiamarlo ‘Bar da Michael’…”
“…Michael?”
"E' una lunga storia..."
Avrei desiderato non uccidere più nessuno, sedermi ad un tavolo per giocare a carte con un paio di amici, mentre bevo un buon bicchiere di whiskey invecchiato, parlando dell’ultimo album di un qualsiasi cantante. Ancora una volta ho scelto di ballare al fianco della signora Morte in una notte piovosa, questa volta per finire tutto. Comunque sarebbe andata, questa vita era terminata.
“Quanti uomini ci sono ancora?”
“Non lo so… pochi, spero…” Si passa una mano tra i capelli, tenendosi un braccio. E’ stata ferita, ma non sembra una cosa grave.
“Dovremo sempre uccidere qualcuno, Candice?”
Mi guarda in modo strano, e sospira. “Sei stanco di farlo?”
“Si…”
Ricarico le armi e avanzo per il corridoio, cercando di evitare di calpestare i corpi. “Riportiamo a Vincent le pallottole che ci ha regalato”.
Percorrere l’intero ultimo piano è faticoso, gli uomini sembrano non finire mai, premere il grilletto è diventata ormai un’azione automatica, e la sensazione di essere lì da ore comincia a farsi strada nella mia mente svuotata.
Nessuno di loro sopravvivere alla scia di morte che scarichiamo, la loro mira è imprecisa e il sangue non è abbastanza freddo, un cocktail suicida da usare contro nemici il cui uccidere era diventato un mestiere a tempo pieno. Strappo la vita all’ultimo e aiuto Candice a rialzarsi, la ferita comincia ad indebolirla, e non ho con me qualcosa per fermarla. Di sicuro non posso chiamare un’ambulanza, deve resistere finchè tutto non sarà finito.
Mentre la sollevo, noto il suo sguardo dietro di me, sento la sua mano tirare il mio braccio e la sua bocca rilasciare un grido contenente il mio nome. Mi volto giusto il tempo perché un foro si disegnasse nel muro dietro di me, e trascinato giù dal peso della mia compagna perdo l’equilibrio e finisco a terra. Se sono vivo devo ringraziare lei, e la mia 9mm costantemente in mano che pone fine al respiro di quell’uomo.
Dietro di lui, un uomo entra velocemente nella porta che dà sul tetto, con un vestito troppo costoso per chiunque. Candice non si rialza, segno che la ferita è più grave di quanto immaginassi. Sono da solo, ma è giusto che sia così. Fin dall’inizio questa è stata la mia guerra, e ora devo concludere tutto.
Cammino verso la porta, per marchiare a fuoco l’ultimo atto.
Il prete, paradossale sottoposto di Vincent, mi ha indicato dove dovrebbe essere il suo capo, e anche piuttosto velocemente. Che potessero sfruttare una chiesa per lo smercio di materiale illegale è un’idea che non mi è balzata subito alla mente, ma abbastanza ovvia.
Lasciato svenuto a qualche isolato di distanza, mi avvicino al palazzo incriminato. Se sono fortunato, Candice è già li. In caso contrario, solo un miracolo può farmi concludere questa notte nel migliore dei modi.
Getto il resto della sigaretta sull’asfalto e mi avvio dentro l’edificio. Arrivare ai piani alti non è faticoso, mi basta evitare quelle persone che stanno correndo all’impazzata giù per le scale e nei corridoi. Non chiedo cosa succede, non fermo nessuno di loro, perché sono stato baciato dalla dea della fortuna. Candice è qui.
Percorro in fretta quegli spazi ormai deserti e comincio a sentire i rumori degli spari… devo accelerare il passo, devo essere più veloce delle pallottole che potrebbero colpirla. Una vita lasciata a morire, una vendetta che si consuma nel punto più alto di una città che ha macchiato nel sangue le ragioni e le speranze di tutti coloro che hanno desiderato slegarsi dalla sopravvivenza e dalla paura…
Questa notte cadranno in molti.
Vedo dei lampi di luce, un paio degli uomini di Vincent stanno sparando all’altro capo del corridoio. Mi avvicino, coperto dal rumore delle pistole, e sparo due colpi ad entrambi senza lasciar loro il tempo di reagire, sapendo che non sarò certo a corto di pallottole. Ce ne sono in abbondanza…
Afferro le loro armi e controllo dall’altro lato, nessuno in vista. Chiunque avesse sparato, e desideravo fosse davvero Candice, è già proseguito oltre. Non posso farmi attendere, odio arrivare in ritardo.
Passo sopra ai due cadaveri e mi avvicino alle scale che portano all’ultimo piano, dove una macchia di sangue si sta seccando sul pavimento, segnale che qualcuno era stato ferito.
Un urlo di dolore mi riporta l’attenzione all’ultimo piano, e mi muovo. Un incrocio di corridoi fa da palco ad uno spettacolo che non si vede nei vialetti sotto casa, il fumo di scena viene creato dalle armi che fanno fuoco, mentre le luci sono presagi di morte che vagano più veloci di quanto l’occhio riesca a cogliere. Scorgo la chioma bionda a ridosso del muro, e mi unisco al piccolo teatrino, un attore sbucato fuori all’ultimo minuto.
Quando faccio esplodere la testa ad un paio di loro, Candice mi vede ed un sorriso le illumina il volto sporco di sudore. “Chi si rivede…”
Non rispondo, perché non è il tempo per parlare. Immagino che gli altri non siano d’accordo per una pausa caffè, ora…
Dopo averlo torturato, Andrej ha parlato. Lo fanno tutti.
L’unico problema è stato il tempo, un cappio attorno al collo che più viene tirato e più ti avvicina alla morte, una corda che non riesci a togliere nemmeno con tutta la buona volontà di cui sei capace. Le informazioni che mi ha dato non sono complete, ma stavano arrivando i suoi uomini, e non potevo rimanere a chiacchierare col russo.
La chiesa che ho di fronte non è vuota, nonostante l’orario, e qualche anima persa entra o esce da questo angolo di effimera salvezza. Poso il libro che avevo preso dall’appartamento di Andrej, un racconto giallo di un qualche sconosciuto scrittore dimenticato da tutti, e mi preparo ad entrare nell’edificio, forse posso concedermi una pausa.
Dentro è quasi vuoto, le piccole fiamme delle candela muovono le ombre dei fedeli come creature impazzite dando un senso di irrealtà e ansia a tutto. Come ogni volta che entro in chiesa, mi sento fuori posto, io inadatto a lei o lei inadatta a me, una piccola e insignificante sfumatura.
Mi avvicino al confessionale, passando accanto ad una vecchia il cui sguardo è pieno di malizia e avidità, ed entro nello stanzino che copre il rumore delle mie scarpe, il suono della mia voce, la vista dell’ipocrisia seduta a qualche metro da me.
“Salve, figlio mio… Dimmi tutto.” La voce del prete è calda, suadente.
“Mi dispiace, padre, perché ho peccato.”
“Da quanto non ricevi la confessione?”
“Ogni volta mi manca il tempo…”
“Cosa vuoi che siano 10 minuti della tua vita, di fronte all’eternità della tua anima?”. Touchè.
“Ho peccato, padre. E non penso che lei possa assolvermi…”
“La bontà è il sentimento più grande… Parlami delle tue pene.”
Silenzio. Guardo attraverso la grata, il suo profilo è spigoloso, ma calmo.
“Ho ucciso molte persone. Ho tagliato molti rami.” Sono molto più freddo.
“Mio Dio…” la voce del prete trema, ora.
“Ho ucciso Delgado, ho lasciato in fin di vita Andrej.”
Il suo respiro si fa affannoso. Comincia a tremare. Tengo la voce calma e calcolata.
“E ora sono qui, padre” marco il tono su quest’ultima parola. “..perchè lei mi serve.”
Il prete alza la voce, forse qualcuno al di fuori riesce a sentirlo.
“Come osi? Come osi venire a minacciare un prete nella sua casa!”
Punto la pistola alla grata, sbattendola, e lo guardo negli occhi semi-nascosti dal ferro.
“Non è la vostra casa. E ora, mi segua… cosa vuole che sia una notte della sua vita, di fronte all’eternità dell’inferno?”
Mi risvegliai dal coma otto mesi dopo, in un letto d’ospedale. Ero un uomo qualunque, uno sconosciuto tra quelle bianche mura, e svuotato com’ero finsi di non ricordare niente di me, di non sapere la mia provenienza e il mio nome.
Iniziarono a chiamarmi Michael.
Cominciai a riprendermi, a tornare in forze e a riuscire a muovermi, ma continuavo ad avere un mal di testa terribile che mi colpiva in vari momenti della giornata. Non mi importava, dovevo uscire in fretta, avevo delle cose da fare.
Mi informai su quello che era successo… O meglio, su quello che i giornali raccontavano. Al porto c’era stata un’esplosione a opera di qualche trafficante clandestino, e la polizia aveva trovato solo un cadavere, ma per me non fu necessario leggere il nome per sapere la sua identità. Per loro io invece non ero presente, nessun ferito tra le macerie, niente di niente…
I medici dissero che ero stato trovato davanti alle porte di ingresso, nessuno era mai venuto a farmi visita e nessun fiore era rimasto ad appassire vicino al mio letto.
Me ne andai quando un’infermiera mi portò un biglietto, lasciato sul suo tavolo..
Aspettavo ti riprendessi. Se vuoi vedere la conclusione di tutto, vieni da lui.
Candice
Lui. Vincent. Quel figlio di puttana stava avendo sempre più potere, la sua mano cominciava a stendersi troppo al di fuori di questa città. Con la testa che mi scoppiava me ne andai dall’ospedale, e cercai di risalire a lui, o a Candice, seguendo i contatti che conoscevo e i corrotti che potevano avere un qualunque rapporto con lui.
Per alcune persone, la morte era l’unica soluzione.
“Hai fatto un piccolo errore di valutazione, Vincent…Sei fottuto.”
Sei poliziotti armati avevano fatto irruzione e si erano appostati attorno a noi. Avevo appoggiato la pistola lungo il fianco, e lasciato andare il braccio di Ally.
Candice però non mostrava la mia sicurezza… perché?
La stachezza, la tensione e un sacco di altre sensazioni mi avevano nascosto quello che lei aveva visto, i poliziotti non stavano puntando le armi contro di loro. Stavano aspettando.
Vincent prese parola. “Mi chiedo come tu sia riuscito a finire sempre i lavori che iniziavi… Non mi sembri così sveglio. Guardati un po’ intorno, e cerca di cogliere la piccola sfumatura di ironia che c’è nell’aria.”
Un passo avanti, alzò la pistola.
“La polizia è mia. Tutto quello che vedi, è mio. Anche la tua vita lo è.”
Ovvio che sapeva del nostro arrivo, l’aveva informato il corrotto braccio della legge, ci eravamo scavati una fossa con le nostre mani sottovalutando lo smisurato potere che aveva su tutta
“Strana la vita, vero?” il suo sorriso beffardo fu l’ultima grigia cosa che vidi, perché quando la sua pistola fece fuoco la mia vista esplose in una miriade di sfumature di rosso e di caldi colori, quando Ally venne colpita al collo, comparendo dal nulla e prendendo lei la pallottola che mi avrebbe ucciso.
Quando crollò contro di me, nell’odore del sangue e del profumo che la distingueva, le lacrime rosse che vedevo si persero nel suo viso, portando via l’ultimo fiato di vita.
Il corpo cadde a terra, con un tonfo sordo.
Divenne tutto scuro, molto più scuro… Mi ritrovai in ginocchio, tenendo la mano di Ally. Giungeva solo la voce di Vincent, che esortava Candice ad uccidermi, con la promessa di riprenderla al suo servizio. Strani giochi…
Alzando gli occhi ebbi la conferma di come lei non si arrendesse mai. Di come fosse sempre stata la più forte. Mi guardò, puntando l’arma sopra la mia testa, verso le munizioni dietro di me. Sarebbe stata l’unica sua occasione per fuggire,e per portare la vendetta per noi anime perse in una città troppo grande.
Annuendo con la testa, mi arrivò flebile la sua voce, “fanculo Vincent”.
Tutto esplose, strappando la mia coscienza dal corpo abbandonato.
E, per la prima volta, morii, portando con me il calore della mano di Ally e il biondo dei capelli di Candice in un cremisi affresco di una notte dimenticata.
Entrare non era stato un problema, e se fosse arrivata la polizia non lo sarebbe stato neppure uscire. I pochi uomini di guardia non ci avevano notati, complice forse la notte, la stanchezza o l’inutilità di quei fantocci.
L’interno mi aveva lasciato sorpreso, sbalordito. Come l’inferno era il luogo in cui si ammassavano tutti i diavoli, così in quel magazzino erano accatastate più armi e munizioni di quanto potessi contare, un intero arsenale in grado di tenere a bada un esercito, o di armarlo.
Fu in quello scenario da guerra che tutti udimmo la voce dell’uomo a cui eravamo legati, per cui Candice si era allontanata, per cui Ally aveva tradito, per cui io avevo odiato, la voce di Vincent che si faceva strada tra le casse e le mura, entrando con la prepotenza di una pallottola nella mia testa, portando via la calma con lo stesso modo in cui il sangue gronda sul cemento.
“Sapevo che saresti tornato, dopo essere scappato in quel modo…” la sua risata divenne incredula. “E chi vedo! Candice! O devo dire miss Melody? Ma non eri finita a fare la puttana in un bar?”
Ci girammo tutti lentamente, Ally era diventata di ghiaccio sotto la mia mano, mentre il respiro di Candice si era fatto affannoso. Avevamo di fronte tre uomini che ci puntavano contro le loro armi, mentre lui, con la sua giacchetta da qualche migliaio di dollari e i suoi modi sfacciatamente altolocati, se ne stava fermo a guardarci con aria di superiorità.
“Vincent…”
“Vedi, il mio errore è stato di non farti seguire da qualcuno per eliminarti, nel caso le cose fossero andate storte… Hai pisciato troppo fuori dal vaso, e per uno del tuo mestiere questo è un errore gravissimo, dovresti saperlo. E quando si fa il tuo lavoro, non si torna indietro”.
Non si torna indietro. L’avevo sempre saputo, ma avevo voluto andare contro tutto e tutti, contro una città senza santi e senza angeli, illuso com’ero dal mio desiderio di cambiare vita. Non sarei mai potuto scappare, su questo aveva ragione.
Estrarre la pistola, o attendere il colpo…
Non sarebbe dovuta andare così, avremmo dovuto prenderlo noi alla sprovvista, lui non poteva sapere che saremmo arrivati!
Non poteva sapere.
Il vortice di pensieri fu interrotto dal tempestivo arrivo della polizia, che si riversò nel magazzino come uno sciame d’api.
Nonostante gli occhi pieni di paura, Ally ammise di sapere dove si trovasse il più grande malavitoso della città. Mi chiese di non andare, di scappare in un’altra città, ma non presi in considerazione la proposta.
Mi avviai verso il magazzino di stoccaggio del porto, trascinando con me anche lei, Candice venne invece di sua spontanea volontà. Quella donna era un mistero, non capivo se lo facesse per me, per se stessa, o per un motivo di cui ero ignaro, un grazioso e terribile vaso di Pandora… in ogni caso, la sua presenza mi faceva sentire più sicuro e controllato, sapeva come funzionava il gioco e come condurre le danze.
Avevo con me l’angelo dai capelli scuri che mi aveva tradito, e il biondo diavolo che mi stava salvando, ironici ossimori per la conclusione di una storia di morte e sangue raccontata solo dal vento.
No, non volevo rimanesse dimenticata e sconosciuta. Avevo deciso di dare una svolta a tutto… chiamai così la polizia, per farla arrivare in quel luogo, perché per alcuni la prigionia e la perdita dell’impero possono essere peggiori della morte. Le persone, tremanti nei loro piccoli nascondigli, dovevano sapere che il terribile signore della morte di questa città non era altro che un uomo, e che come tale anche la sua vita poteva finire, in un modo o nell’altro.
Quando scesi dall’auto, e osservai con occhi spenti quei capannoni desolanti rischiarati dalla luna, Candice mi sbattè sulla porta dell’auto e mi lasciò l’ultimo bacio, focoso e caldo come le fiamme stesse dell’inferno.
“Questi non sono gli occhi di qualcuno che vuole sopravvivere a questa notte…” sussurrò alle mie labbra. “Qualsiasi cosa accada, ricordati che lei ti ha tradito. Tu sei più importante di lei.”
Si staccò, togliendo il suo profumo dall’aria, e con un sospiro compresi quanto le sue parole fossero vere, quanto fossero pericolose.
Impugnai la pistola e portai di peso la donna che amavo ancora, avvicinandomi all’edificio in cui, speravo, avremmo posto fine a tutto.